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venerdì 19 ottobre 2012

ANTONIO MEUCCI



Nato in San Frediano, quartiere popolare di Firenze, il 13 aprile 1808 da Amatis Meucci e Maria Domenica Bebi, vive nello stesso quartiere in Via dei Serragli 44. Primo di 9 figli, studiò all'Accademia di Belle Arti del capoluogo toscano, lavorando in seguito come impiegato alla dogana e come tecnico di scena al Teatro della Pergola, dove conoscerà la futura moglie, Ester Mochi.
Francobollo del disegno di Nestore Corradi realizzato per Antonio Meucci nel 1858 e prova importante sugli studi sull'invenzione del telefono.
Coinvolto nei moti rivoluzionari del 1831, imprigionato a causa delle sue convinzioni politiche, Meucci fu costretto a lasciare il Granducato di Toscana e ad emigrare a Cuba, dove nel 1835 accettò un lavoro al Teatro Tecon dell'Avana. Successivamente, andato a fuoco il teatro e ritrovatosi senza lavoro, lasciò Cuba e si diresse verso gli Stati Uniti. Nel 1845 si trasferì dunque a Clifton, New York, dove aprì una fabbrica di candele. Lì accolse l'amico e fratello massone Giuseppe Garibaldi, che fra il 1850 ed il 1853 divenne suo collaboratore.
Attorno al 1854 Meucci costruì il "telettrofono", il primo prototipo di telefono, allo scopo di poter mettere in comunicazione il suo ufficio con la camera da letto dove la moglie era costretta da una grave malattia. Per questo esperimento, incaricò l'amico artista Nestore Corradi di disegnare uno schizzo che rappresentasse una delle prove principali della paternità dell'invenzione. L'invenzione del telefono prese spunto da un sistema precedente, che aveva creato quand lavorava a teatro: si trattava di un sistema di tubi che trasportava il suono da una parte all'altra del palco, in modo da poter impartire le istruzioni agli operai dalla cabina di regia.
Successivamente Meucci si trovò improvvisamente in difficoltà finanziarie, pur continuando a sviluppare la sua invenzione. Costretto a vivere con l'aiuto degli amici, si trovò a non avere denaro a sufficienza per brevettare la propria invenzione. Nel 1871 riuscì a fondare, assieme ad altri co-finanziatori italiani, la Telettrofono Company, riuscendo però ad ottenere per la sua invenzione solo un brevetto temporaneo da rinnovare ogni anno al prezzo di 10 dollari (e che sarebbe riuscito a rinnovare solo fino al 1873). Infatti, per ottenere un brevetto standard, erano necessari 287 dollari, circa 4.500 euro di oggi. Tuttavia, alcuni critici hanno messo in dubbio tale aspetto della vicenda, poiché Meucci fu in grado di brevettare altre invenzioni (non correlate al telefono) al costo di 35$ l'una negli anni 1872, 1873, 1875 e 1876. Meucci provò a proporre la sua invenzione ad una compagnia telegrafica di New York, ma le potenzialità dell'invenzione non furono intuite. Contemporaneamente, Alexander Graham Bell conduceva ricerche che lo portarono allo sviluppo del primo telefono elettrico. Nel marzo 1876 Bell poté depositare il brevetto per la sua invenzione, dopo che quello di Meucci era scaduto senza essere rinnovato. Alcuni sostengono che Bell abbia avuto modo di visionare i progetti di Meucci prima di brevettare la propria invenzione, ma mancano prove a sostegno di tale tesi. Successivamente Meucci gli intentò causa, ma, essendo in pieno dissesto economico, la perse. Secondo il giudice che emise la sentenza nel 1887, Meucci avrebbe infatti inventato un telefono meccanico, mentre quello oggetto del brevetto di Bell era elettrico. Nel giugno 2002 il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto ufficialmente il contributo di Meucci nell'invenzione del telefono.

Targa a ricordo di Meucci, Palazzo delle Poste Centrali (Firenze)

Oltre al trasferimento elettrico della voce, Meucci inventò e brevettò molti altri strumenti basati su processi chimici e meccanici. Fu titolare e depositò ben 22 brevetti.
Per mancanza di soldi, non poté realizzare un brevetto standard per il suo telefono (il trasferimento elettrico della voce), ma fu costretto a presentare un brevetto non definitivo, denominato caveat, da rinnovare ogni anno al prezzo di 10 dollari. Per un brevetto definitivo gli furono chiesti 287 dollari, ma Meucci non riuscì a racimolarne più di 20.

venerdì 24 agosto 2012

ANTICHI SPLENDORI

Dalle steppe russe alle Ande peruviane, i tesori riportai alla luce dagli archeologi
Lo scrigno degli Assiri
Scatoletta d’oro rinvenuta a Nimrud (Iraq)nel palazzo del re assiro Assurnasirpal II (IX secolo a.C.). oltre che dagli ori, lo sfarzo della corte era testimoniato da oggetti in avorio e tessuti preziosi.
Passaggio per il cielo
Il cavallo di bronzo dorato regalato dall’imperatore Wu (Cina), II secolo a.C.) a sua sorella. Sotto la dinastia Han si credeva che dopo la morte l’imperatore fosse portato in cielo da un destriero.
Foglie d’oro sul capo
Coroncina trovata nella necropoli reale di Ur, città sumera (oggi in Iraq) fiorente attorno al III millennio a.C.
I precolombiani lavoravano oro, rame, argento. Ma non conoscevano il ferro
Per orecchie preziose
Un orecchino lavorato a mosaico in oro, turchese, lapislazzulo, conchiglie e corallo. Appartengono alla cultura moche, che fiorì a nord del Perù fra il 200 a.C. e il 600 d.C.
A me gli occhi!
Maschera funeraria del popolo chimù, che unificò il Perù del nord ma fu poi sconfitto dagli Inca. Dagli occhi, la cui forma ricorda quelle delle ali di un uccello, pendono due file di perline di smeraldo.
Un ciondolo impegnativo
Pendente d’argento della cultura moche. Veniva portato sul petto e rappresenta un dio che poggia su un serpente a due teste. Il serpente è una figura ricorrente nell’iconografia religiosa dei popoli del Perù antico.
Gli sciti erano un popolo nomade vissuto nell’odierna Russia fra il VII e il II secolo a.c. eccelsero nell’arte orafa
Placche a forma di cavallo per abbellire i copricapi.
L’oro della steppa
Piccoli cinghiali in oro trovati nella tomba di una coppia appartenente all’aristocrazia scita (Russia): adornavano la feretra che custodiva le frecce.
Antiche città
Espugnata dal tempo
Jiahoe, in Cina fu eretta nel II secolo a.C. come fortezza. Sorge su una rocca alta 30 metri, protetta da due fiumi.
I centri urbani, come le civiltà, nascono, crescono e muoiono. Passando dallo splendore alle rovine
Schema vincente
Pompei, distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C, aveva una tipica pianta a scacchiera. La stessa di New York.
Metropoli millenarie
Centro di potere
Il palazzo reale di Persepoli (Iran), capitale dei persiani dal 518 a.C. Anche allora i simboli di potere erano “in centro”.
Abitata per 27 secoli
Hamadan, in Iran, è l’antica Echàtana. Capitale dei Medi nel VII secolo a.C. abitata ancora oggi.
I giardini pensili di babilonia figuravano tra le 7 meraviglie del mondo. Forse erano una sorta di ziqqurat, con alberi e cascate
Ur, Uruk, Babilonia, Assur, Ninive, Ebla, Persepoli… Della millenaria vita di questi e di molti altri grandi centrici restano sbiadite memorie, strappate alla terra con pazienza dagli archeologi. Che ci hanno così svelato come nel corso del IV millennio a.C., dalle fertili terre della bassa Mesopotamia, insieme all’orzo e al grano, germogliassero le prime città della Storia. Iniziò allora una delle più drastiche trasformazioni economiche, sociali e culturali promosse dal genere umano: dai piccoli e dispersi insediamenti agricoli alle vaste metropoli, alla ricerca di prosperità e sicurezza.
Rivoluzionarie. Furono le città dei Sumeri, le prime che l’uomo abbia conosciuto, a dare forma a questo “strappo”. Esse erano state precedute (di qualche millennio) solo da alcuni isolati “esperimenti” di città: come Gerico, in Palestina, una piccola città murata sorta 10 mila anni fa, e çatal Hϋjϋk, in Turchia, prosperata tra il 6500 e il 5600 a.C. Ma fu in centri come Uruk e Ur, lungo il basso corso dell’Eufrate, che si formò il primo modello di città, destinato a venire riprodotto in migliaia di versioni. «Per millenni durante l’età neolitica, c’erano stati solo villaggi» dice Mario Liverani, docente di Storia del Vicino Oriente antico all’Università La Sapienza di Roma. «Erano insediamenti autosufficienti, cui le famiglia avevano tutte lo stesso compito: produrre cibo. Con la nascita delle città il tessuto sociale si differenziò, e nella nuova comunità si raccolsero famiglie che svolgevano altre funzioni, come quelle di trasformazione, di scambio, di amministrazione, oppure quelle legate al culto. Ciò finì per riflettersi sui modi di vita, portando a una maggiore complessità dei rapporti tra gli abitanti». Queste metropoli dovevano fare una grande impressione alla gente dei villaggi, che già da lontano potevano scorgere i terrapieni su cui svettavano possenti cerchie di mura punteggiate di torri: poco più in là, in posizione elevata sul brulicare dei quartieri quasi al centro della grande macchia ocra della città di argilla, si stagliava la cittadella, che al riparo di ulteriori fortificazioni ospitava i templi, i palazzi reali, i depositi alimentari. Sopra a tutto c’era la ziqqurat, la torre a gradoni destinata a facilitare la discesa in terra delle divinità.
Modello-base. Il “prototipo” sumerico influenzò tutta l’area orientale, dall’Anatolia all’attuale Iran, fino alla valle dell’Indo, ma fu modificato di volta in volta in volta in base alle differenti condizioni geografiche ed economiche. Ur, Uruk e le più antiche città mesopotamiche erano agglomerati che potevano contare tra i 10 mila e gli 80 mila abitanti, perché la piana alluvionale su cui sorgevano permetteva di sfamarli. Ninive e Babilonia (Iraq) nel VII secolo arrivarono ad accogliere rispettivamente quasi 100 mila e 400 mila persone. Le stesse condizioni favorevoli affollarono le città delle valli del Nilo  dell’Indo di decine di migliaia di abitanti, mentre quelle sorte in Siria, in Palestina e nella penisola anatolica, quindi in zone dove l’agricoltura dipendeva solo dalle precipitazioni (non c’erano cioè grandi fiumi o canali d’irrigazione), si svilupparono su estensioni minori. Hattusa, la capitale degli Ittiti, era soprattutto una città-fortezza, ancor più lo era Troia (nell’attuale Turchia). Il caso di Ebla, scoperta negli anni ’60 nella Siria settentrionale, ha dimostrato però, come, anche senza le condizioni ideali di urbanizzazione della bassa Mesopotamia, tra il III e il I millennio sia potuta nascere e prosperare una città-Stato fortificata di notevoli dimensioni (circa 40 mila abitanti), dedita al commercio e capace di imporsi su un vasto territorio.     
Caos o rigore? L’ambiente determinava anche la forma degli insediamenti. L’ansa di un fiume o il rilievo di una collina potevano servire da baluardi naturali e disegnare i confini, tanto da dare vita a tracciati diversificati, arrotondati o poligonali. In altre circostanze, quando la città nasceva presso il tratto rettilineo di un corso d’acqua, l’insediamento di disponeva sulle due sponde assumendo una forma rettangolare: è il caso di Nippur e di Babilonia sull’Eufrate. Nel corso dei secoli, e in particolare a partire dall’età assira (III millennio a.C.), la pianta apparentemente confusa delle città-Stato sumeriche lasciò progressivamente il campo a tracciati più regolari con quartieri disposti ordinatamente lungo le vie principali. Fu così a Ninive e Assur, e risultò evidente nell’incompiuta Khorsabad, voluta da Sargon II (VIII secolo a.C.), per ospitare un insediamento reale esteso su ben 10 ettari, oppure nella più tarda capitale persiana Persepoli (V secolo a.C.) A criteri geometrici si ispirarono nel III millennio anche gli architetti di Mohenjo Daro e Harappa, città della valle dell’Indo, e persino quelle città precolombiane dell’America centrale, da Teotihuacàn (500 a.C.-700 d.C.) a Tenochtitlàn (XIV secolo d.C.).      

Diario di scavo
L’ubicazione di Ebla
Dopo 5 anni di scavi, affiora sul pendio dell’acropoli (…) un torso di statua in basalto con un’iscrizione cuneiforme quasi integra, contente una dedica alla dea Ibbit-lim, signore di Ebla. (…) Il mistero è definitivamente risolto. Paolo Matthiae
Tell Mardikh (Siria), 1968
Rifatta a metà
La ziqqurat di Ur (Iraq), presso Nassiriya, all’epoca in cui il Dipartimento Iracheno delle antichità fece ricostruire il primo gradone (1960-1970).
Sulle rive del Tigri
Ricostruzione ottocentesca di Nimrud, la capitale assira sorta sulle rive del fiume Tigri.
Cuore d’argilla. Al centro di tutti questi grandi agglomerati era l’area riservata ai templi, il palazzo del re e a quelli della sua amministrazione, protetta da un bastione e posta in posizione elevata rispetto al resto della città. La si decidevano le sorti dello Stato, si onoravano gli dèi, si immagazzinavano gli alimenti e gli abiti necessari alla vita della corte e degli uomini impiegati nelle terre regali e templari: gli scribi registravano la contabilità statale sulle tavolette di argilla che oggi raccontano la vita di quei popoli. Oltre due millenni di storia portarono dalle massicce ziqqurat sumeriche a quella svettante di Babilonia. La “torre di Babele” del racconto biblico, dalle semplici decorazioni dei templi di Uruk a quelle sontuose dei santuari di Assir e di Ninive, dai sobri palazzi delle prime città-Stato alle grandiose regge dalle vaste sale colonnate dei sovrani assiri e babilonesi. Attorno alle mura delle cittadelle, il fitto reticolo dei quartieri si estendeva sino ai bastioni esterni; lungo le direttrici della viabilità principale si allargava un dedalo di vie strette e spesso irregolari dove viveva il popolo dei contadini e degli artigiani. I luoghi del potere e dell’amministrazione al centro, o in posizione dominante, la popolazione delle aree circostanti: tutto sommato niente di molto diverso dall’organizzazione delle nostre metropoli.
Sulle strade si affacciavano case uniformi a uno o due piani, prive di finestre verso la via, generalmente piccole e organizzate attorno a una corte aperta e centrale. «La presenza di attività artigianali», dice Liverani «fece in modo che la casa cirradina diventasse anche luogo di lavoro. Queste case erano infatti anche botteghe per la tessitura, per la lavorazione delle pietre dure, dell’osso o del legno, forni per la cottura delle ceramiche o per la fusione dei metalli». Gli scavi di Uruk, Ugarit e Babilonia hanno portato alla luce alcuni quartieri con abitazioni più ampie, talvolta con più di una corte, probabilmente destinate ai funzionari o ai mercanti più ricchi, ma ci hanno anche restituito schiere di piccole casette che, come ad Harappa, ospitavano presso la cittadella gli operai addetti alla macinazione del grano.     
Rifiuti e abusivismo. Se la viabilità principale poteva essere ordinata, quella dell’interno dei quartieri si presentava spesso caotica e intricata. Gran parte delle strade nelle più antiche città mesopotamiche erano letteralmente “a misura d’uomo”, tanto che gli asini faticavano a passarvi. Il tutto era complicato dalla consuetudine di buttare i rifiuti sulla pubblica via, così che questa, come accadeva a Ur, tendeva negli anni a innalzarsi sopra a strati di immondizia, costringendo gli abitanti a sopraelevare le soglie delle abitazioni per evitare che i rifiuti entrassero in casa. Come nelle nostre città, all’emergenza rifiuti si affiancava l’abusivismo edilizio. Pare per esempio che, all’inizio del II millennio a.C., a Ur interi vicoli venissero annessi da cittadini con pochi scrupoli alle proprie abitazioni: nello stesso periodo un codice di leggi sanciva il diritto dei cittadini a imporre lavori di ristrutturazione ai proprietari di abitazioni confinanti a rischio di crollo. Incidenti di questo tipo non dovevano essere rari in agglomerati costruiti con mattoni di argilla cruda, più economici ma più deperibili di quelli cotti. In tali contesti il problema degli scarichi fognari restava in gran parte irrisolto: con qualche eccezione, come quelle rappresentate dalle reti di fognature sotterranee rinvenute a Mohenjo Daro e Harappa, città antichissime ma dall’impianto solido, dovuto proprio al diffuso impiego di mattoni cotti. Per l’acqua potabile ci si affidava solitamente ai fiumi e ai pozzi, ma nel VII secolo a.C.a Ninive il problema dell’approvvigionamento idrico fu risolto con un imponente acquedotto.
Ambulanti. I piccoli commerci si tenevano in strutture temporanee che non hanno lasciato molte tracce archeologiche, probabilmente lungo le strade e nei pressi dei principali accessi alla città. «La porta» spiega Liverani «era un importante luogo di aggregazione in città che erano ancora distanti dell’agorà greca e della piazza medioevale. Nei suoi dintorni avvenivano gli scambi commerciali e vi poteva essere affissa la tabella dei prezzi praticati per i diversi prodotti». Per le attività sociali, ai cittadini rimanevano solo gli spazi attorno ai templi, le sponde dei fiumi e qualche raro parco pubblico, come quello che aveva Nippur (Iraq) intorno al 1500 a.C. Che conosciamo grazie a una tavoletta di argilla con la più antica pianta della Storia.
Per saperne di più
“Tuttocittà” d’altri tempi
Le città perdute, a cura di Maria Teresa Guaitoli e Simone Rambaldi (White Star). Un viaggio tra le grandi metropoli del mondo antico.
Ebla, la città rivelata, Paolo Matthiae (Electa-Gallimard). L’avvincente storia di una scoperta tutta italiana.
Sodoma, Gomorra e le altre dannate
Distrutta per la perversione dei suoi abitanti dalla pioggia di «zolfo e fuoco» descritta dalla Bibbia, o vittime di un incendio seguito a un drammatico sconvolgimento geologico o a una pioggia di meteoriti? L’Antico Testamento ha detto la sua molto tempo fa, storici e archeologi hanno invece avviato solo da qualche decennio il dibattito.
In fiamme
Quel che è certo è che negli Anni ’70, sulla costa sud-orientale del Mar Morto, sono stati individuati i resti di circa città del 3100-2300 a.C., probabilmente distrutte dal fuoco circa 2 mila anni prima della nascita di Cristo. L’eco della scoperta è stata notevole, le polemiche tra studiosi roventi; in effetti il racconto biblico parla di cinque insediamenti vittime dell’ira divina: oltre a Sodoma e Gomorra, Adma, Zeboim e Zoar. Anche la cronologia della distruzione sembra compatibile. Se le città rintracciate dagli archeologi sono davvero le cinque bibliche «città della valle», il sito più importante, quello di Bab ad-Dhraa, potrebbe forse celare i resti di Sodoma.  
Scavi a Gerico, in Palestina, nel 1958.
Le metropoli dei Maya aevano campi per il gioco della palla. Chi perdeva, però veniva ucciso
Gli Zapotechi vissero qui
Le grandiose rovine di Monte Albàn in Messico. Qui sorgeva una grande città degli Zapotechi (X-V secolo d.C.). Come altri centri delle civiltà precolombiane, era soprattutto sede del potere religioso.
La prima pietra
Frammento di tavoletta del 2150 a.C., trovato in Iraq. Era la dedica di fondazione di un tempio. 
Le magnifiche 20
L’evoluzione dei centri urbani ha accompagnato passo passo la storia dell’uomo. Queste sono le città-simbolo di tale processo durato millenni, tra grandi splendori e rapidi declini:
Gerico (Giordania)
Fondata all’inizio dell’VIII millennio a.C., è forse il più antico centro urbano della Storia. Fu abbandonata in epoca romana.
Lepenski Vir (Serbia)
Circa 7 mila anni fa un piccolo gruppo di capanne con una rete viaria sulle rive del Danubio fu uno dei primi esempi di urbanizzazione in Europa.
Uruk (Iraq)
Nel 3000 a.C. fu una delle prime città-Stato delle Mesopotamia. Si spopolò nel V secolo a.C. per l’inaridimento dell’Eufrate, come la sumera Ur.
Mari (Siria)
Città sumerica distrutta dal re babilonese Hammurabi nel XVII secolo a.C., fu ripopolata me perse importanza per il ritiro dell’Eufrate.
Ebra (Siria)
Città-Stato rasa al suolo dagli Accadi intorno al 2300 a.C. Ricostruita, prosperò fino al 1600 a.C.
Neppur (Iraq)
Fondata nel III millennio dai Sumeri, declinò dal I millennio.
Ugarit (Siria)
Cresciuta su un’area abitata già nel V millennio a.C., fu distrutta dall’invasione dei Popoli del Mare nel XII secolo a.C.
Assur (Iraq)
Di origine sumerica, fu edificata sulla sponda destra del Tigri e divenne la prima capitale dell’impero assiro. Dopo la distruzione da parte dei Medi nel 614 a.C., fu ricostruita e abitata dai Parti fino al I secolo a.C.
Susa (Iran)
Fu capitale degli Elamiti, avversari storici dei Sumeri, poi centro dell’impero persiano tra il VI e il V secolo a.C. La sua fine (331 a.C.) fu segnata da Alessandro Magno.
Ninive (Iran)
Fondata dai Sumeri, divenne capitale degli Assiri. Nel 612 a.C. fu distrutta dai Medi.
Troia (Turchia)
La città descritta da Omero sorse nel III millennio a.C. come fortezza.
Harappa (Pakistan)
Centro, insieme alla città gemella Mohenjo Daro, della civiltà dell’Indo. Decadde intorno al 1600 a.C.
Babilonia (Iraq)
Sorta alla fine del III millennio, divenne capitale con Hammurabi. Più volte distrutta e riedificata, toccò l’apogeo con Nabucodonosor (VII-VI secolo a. C.). Decadde nel 539 a.C. con la conquista da parte dei Persiani.
Hattusa (Turchia)
Nata nel 1850 a.C., la capitale degli Ittiti fu distrutta dai Popoli del Mare 7 secoli dopo.
Persepoli (Iran)
Antica capitale dell’impero achemenide. Ingrandita da Serse I e Artaserse I, fu incendiata da Alessandro Magno nel 330 a.C. e abbandonata in epoca islamica.
Teotihuacàn (Messico)
Nata verso il 500 a.C., questa città tolteca, poi azteca, arrivò a contare 200 mila abitanti, ma decadde dopo circa 1.300 anni.
Tikal (Guatemala)
Grande centro dei Maya sorto verso il 200 a.C. Prima di essere misteriosamente abbandonata, alla fine del IX secolo, arrivò ad avere 45 mila abitanti.
Palenque (Messico)
Principale città dei Maya nel periodo classico (300-900 d.C.). Fu abbandonata alla fine del IX secolo d.C.
Tenochtitlàn (Messico)
Fondata verso il 1325-25, la capitale dell’impero azteco ebbe vita breve: fu distrutta dai conquistadores di Cortés nel 1521. sulla sua area sorge oggi Città del Messico.

PETRA

Alla scoperta di Petra, l'antica meraviglia scavata nella roccia
Si trova in Giordania ed è una città fondata da un popolo nomade oltre duemila anni fa
Ecco i suoi gioielli, la sua storia e i consigli per visitarla
Petra, la città scavata nella roccia rosa, in Giordania, al confine del deserto arabico, la seconda classificata tra le sette "Meraviglie del mondo".
Un'incredibile metropoli antica la cui struggente bellezza non è stata scalfita dal tempo, dove piazze, strade, palazzi, monumenti e giardini sembrano rimasti esattamente com'erano quando furono costruiti, più di duemilacinquecento anni fa.
Nacque per volere di un sovrano
Fu allora, infatti, attorno al 500 avanti Cristo, che la tribu nomade dei Nabatei decise di trasferirsi in Giordania. Dopo avere peregrinato di deserto in deserto, arrivarono alle alture dell'attuale Petra e rimasero molto colpiti da quel siti di straordinarie bellezze, fatto di rocce rosa striate ed erose dal corso dei fiumi che cambiavano colore secondo la luce, sa strettoie misteriose che sembravano finire nel nulla, da montagne imponenti e invalicabili che ne facevano un luogo inattaccabile e ideale per controllare le rotte della carovane da Gaza a Damasco, tra il Mar Rosso e il Golfo Persico.
Ci si stabilirono, quindi, "sfrattando" senza tanti complimenti un altro popolo nomade; gli Edomiti. Dovettero passare tuttavia cinque secolo, precisamente durante il regno di re Aretas IV, tra il 9 avanti Cristo e il 40 dopo Cristo, prima che Petra cominciasse ad assumere l'attuale fisionomia, trasformandosi nella meraviglia che oggi conosciamo.
"ne faremo la città più invidiata di tutto il mondo mediorientale", diceva il re nabuteo, il cui soprannome era "amico del popolo". "sarà l'orgoglio della nostra gente da qui all'eternità". Fu lui, in effetti, a dare il via alle grandi opere architettoniche che fanno di Petra (il suo nome significa proprio "roccia") la seconda, nuova meraviglia del mondo, a volere che ogni tempio, ogni palazzo e ogni mausoleo non fossero costruiti seguendo le classiche regole dell'edilizia, dalle fondamenta in su con blocchi di cemento e marmo, ma scavati direttamente nella roccia. Un'opera incredibile specie per quei tempi, quando l'unico strumento di lavoro era la forza delle braccia di migliaia di nabatei, pronti ad impegnarsi in un compito immane pur di realizzare la "loro" città dai riflessi rosa. Ammirando ora queste opere maestose, questi eccezionali edifici, pare quasi di vedere quegli operai mentre plasmano febbrili la montagna, trasformano aspre pareti rocciose in capolavori artistici, in templi e mausolei il cui tocco finale veniva dato dalla natura, che qui colora la pietra di riflessi rosa, rossi, dorati, neri, violacei in base al percorso del sole.
Ma non è tutto. oltre che bella, infatti, Petra è un capolavoro di ingegneria idraulica: sfruttando le riserve idriche sotterranee, re Aretas IV fece in modo che la città potesse disporre di una fitta rete di canali e di centinaia di serbatoi d'acqua come scorta per i periodi di siccità.  Per osservare in silenzio le rocce che d'improvviso si colorano di mille sfumature, e immaginare la grandiosa Petra dei secoli scorsi, bisogna anzitutto addentrarsi in un sentiero chiamato Siq, una sorta di lunga gola stretta come un canyon fra le montagne, che il tempo e il vento hanno scavato nel corso dei millenni.
Dopo circa due chilometri, all'improvviso appare la piazza principale della città in tutta la sua sorprendente maestosità, dove si erge un monumentale edificio in stile ellenistico con colonne, bassorilievi e capitelli: è il Khaznech, che significa "Tesoro", perché qui, di ce la leggenda, erano custodite le ricchezze del sovrano, un patrimonio però non ancora ritrovato. Dopo poche decine di metri, superato un anfiteatro da settemila posti che era il centro della vita sociale e culturale di Petra, una scalinata conduce al cosiddetto "Posto del sacrificio", un luogo spettacolare che domina la città e dove su un altare, che ancora conserva gli scoli per il sangue, venivano sacrificati gli animali in nome degli dèi. Scendendo, costeggiando la Fontana del Leone e la parte della città denominata Wadi Farsa in cui, sempre scavate nella roccia, vi sono alcune abitazioni nelle quali tuttora vivono beduini e dove si vendono piccoli oggetti d'artigianato ai turisti, si possono ammirare i templi, forse tombe reali: tre imponenti strutture scalpellate in una parete della montagna chiamata King's Wall, il "muro del re", e che ricordano nell'architettura i palazzi dell'antica Roma. Poco più in là, cominciano gli ottocento interminabili scalini che portano al Deir, il "Monastero", il più grande monumento di Petra, scolpito con uno stupefacente lavoro di cesello. Tutt'attorno altri palazzi, la Tomba del Leone, posizionata in una piccola gola, il Giardino del tempio, il Museo archeologico, tutti visitabili ancora oggi, stanno a testimoniare la ricchezza artistica di questa città.
Un forte terremoto la distrusse
Era da tale posizione che il popolo dei Nabatei dominava le rotte commerciali dell'antica Arabia, percorse da carovane cariche di merce preziosa, spezie orientali e sete indiane, avorio africano e pelli di animali, che dalla penisola arabica si dirigevano verso i porti del Mediterraneo: chiedeva pedaggi per il passaggio, si faceva lasciare oggetti di scambio per ampliare così le proprie ricchezze.
Non c'è quindi da sorprendersi, d'altra parte, se tanti scrittori e artisti nel corso dei secoli furono affascinati da Petra e la utilizzarono come scenario ideale per libri e film.
Qui la celebre giallista inglese Agata Christie ambientò due romanzi, La domatrice e In viaggio col delitto, che hanno per protagonista, come sempre l'investigatore Hercule Poirot. Qui nel palazzo del Tesoro, Steven Spielberg, con Harrison Ford nei panni del popolare avventuriero archeologico, girò le ultime sequenze di Indiana Jones e l'ultima crociata. Qui il poeta inglese ottocentesco Dean Burgen rimase talmente inspirato da scrivere in un suo poema: "Trovatemi un'altra meraviglia così ben conservata del Medio Oriente, una città rosa, antica quanto metà del tempo".
Il declino di Petra ebbe sotto l'egemonia di Roma, quando fu conquistata nel 102 dopo Cristo dall'imperatore Marco Ulpio Traiano, che creò la provincia romana d'Arabia, conferendo a Petra il titolo di metropoli. Ma i Romani non erano interessati a far mantenere alla città il ruolo dominante di centro dei commerci com'era stato nel suo passato più florido, e di conseguenza il declino fu molto rapido.
Poi, nel 363 dopo cristo, la catastrofe: un terremoto distrusse una parte delle case e dei monumenti e, soprattutto, mise fuori uso il sofisticato sistema idrico che garantiva la sopravvivenza alla città. Gli abitanti furono costretti a scappare, ad abbandonare il capolavoro architettonico che avevano scolpito pazientemente con grande maestria e a trovare rifugio altrove. Così, nei secoli a venire, Petra finì nel dimenticatoio, occupata per un breve periodi dai crociati nel medioevo, e definitivamente sepolta, pure nei ricordi.
Fu soltanto per la cocciutaggine di un esploratore Svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che Petra, benché molto più tardi, venne ritrovata: lo studioso conosceva tutto di questa città che sembrava scomparsa nel nulla, ne aveva sentito parlare durante i suoi viaggi in Medio Oriente dai beduini come se si trattasse di un luogo leggendario.
Finalmente, nel 1812, decise di partire per la Giordania e di cercarla. Girò per mesi e mesi e, finalmente, riuscì, dai pochi resti archeologici visibili, a rintracciarla e a fare si che gli scavi archeologici la riportassero alla luce.
Di sera è ancora più affascinante
Da quando Petra è stata eletta seconda, nuova meraviglia del mondo, il numero dei visitatori è aumentato notevolmente. Ma come si raggiunge questo spettacolare sito archeologico?
Ecco qualche informazione. Dall'Italia bisogna prendere un volo da una delle principali città per Amman, la capitale della Giordania, da qui il sito archeologico di Petra dista duecentosessantadue chilometri. Per arrivarci, si può scegliere tra l'autobus, il taxi o il noleggio di un'auto e attraversare, in tre ore circa, la supestrada del deserto oppure, in cinque ore, la panoramica "via dei re".
Giunti nel paese confinante di Wadi Mosa, dove si trovano tutte le strutture turistiche moderne, per andare a Petra occorre percorrere a piedi o a cavallo o sul calesse, unici mezzi di locomozione consentiti, lo stretto sentiero del Soq.
Ci vogliono da uno a tre giorni per visitare la città con l'attenzione che merita (il sito è aperto tutti i giorni dalle 6 del mattino alle 17 e in alcune giornate pure la sera), senza perdersi nulla delle sue opere architettoniche, da ammirare rigorosamente a piedi o affittando un mulo, un cavallo o un cammello presso l'ufficio del turismo, all'entrata della città antica: qui si acquista anche il biglietto d'ingresso, che costa undici dinari giordani (pari a circa sedici euro, quasi trentaduemila lire) per un giorno; tredici dinari e mezzo (circa venti euro, quasi quarantamila lire) "a ridagli con questi esempi stupidi della giornalista Roberta Pasero". Per due, e sedici dinari ventitré euro per tre giorni.
Ma è alla sera che il fascino di Petra risalta di più, quando mille torce e fiaccole vengono accese lungo le strade e il bagliore della luce unito al chiaro di luna regala nuovi, magici, riflessi ai colori delle rocce. E' allora che tornano alla mente le parole di Lawrence d'Arabia: "Petra è il più bel luogo della terra", annotò nei primi anni del Novecento l'enigmatico archeologo e agente segreto britannico "non per le rovine, ma i colori delle sue rocce tutte rosse e nere con strisce verde e azzurro. Non saprai mai che cos'è Petra in realtà, a meno che tu non ci venga di persona.

MACHU PICCHU

La città nascosta?
Un italiano sapeva dov’era
Se Bingham scoprì Machu Picchu, lo si deve anche a un italiano. Antonio Raimondi.
Nato a Milano nel 1826, dopo aver partecipato ai moti del ‘48 riparò nella terra degli Inca.
Si dice che Raimondi fosse rimasto colpito dall’abbattimento di un gigantesco cactus di origine peruviana nel giardino zoologico di Milano: da allora decise di dedicare la sua vita allo studio di quella terra.
Adottato.
L’archeologo, botanico, zoologo, cartografo, etnografo e geologo. Raimondi attraversò il Perù in lungo e in largo, raccogliendo e catalogando insetti, piante e minerali. Schivo e dai modi semplici, divenne professore onorario e consulente scientifico del governo sudamericano.
Per di là.
Durante uno dei suoi viaggi raccolse le testimonianze degli indigeni sull’esistenza di Machu Picchu: l’italiano non provò mai ad avventurarsi fino al sito, ma nelle sue carte lo indicò con precisione. Seguendo le sue indicazioni, una spedizione francese mancò di un soffio la scoperta.
E anche Bingham fu aiutato dalle mappe di Raimondi. Morto nel 1890 a San Pedro, Lima gli ha dedicato nel 1891 un museo.
La città dimenticata
Machu Picchu, la città perduta degli Inca, è uno stupefacente sito archeologico situato in zona montana a 2.700 metri di altezza nella valle dell’Urubamba in Perù.
Si pensa che la città e le mura ciclopiche siano state costruite dall’imperatore Inca Pachacùtec intorno al 1440 e siano rimaste abitate (da 750 persone alla volta) fino alla conquista spagnola del 1532.
Machu Picchu (vecchia montagna)
La città perduta
I maestosi resti del regno degli Inca nascosti su un monte del Perù
Esiste un luogo in Perù dove la storia si unisce  alla leggenda, il mistero del passato al fascino architettonico che il tempo non è riuscito a scalfire: è Machu Picchu, la quarta nuova meraviglia del mondo, soprannominata la "città perduta" degli Inca perché per secoli sembrava scomparsa nel nulla. Chi l'ha vista e ha camminato almeno una volta tra questi maestosi resti archeologici, in effetti non può che dare ragione ai cento milioni di partecipanti al sondaggio che l'hanno voluta inserire tra le sette bellezze create dagli uomini. Machu Picchu è la quarta tappa del nostro viaggio, dopo La Muraglia Cinese, Petra e il Cristo Redentore di Rio de Janeiro.
Nel referendum, infatti Machu Picchu si è classificata al quarto posto.
Qui ci troviamo di fronte a una città sospesa tra le nuvole, un vero gioiello architettonico costruito a duemilatrecentocinquanta metri di quota, attorno all'anno 1435, a metà strada tra l'altopiano andino e la giungla amazzonica, è rimasta nascosta oltre quattro secoli, cosa che ha fatto accrescere il mistero di Machu Picchu, il cui nome significa "vecchia montagna". Gli Inca, una delle famose civiltà precolombiane assieme ai Maya e agli Aztechi, scomparsi ormai da secoli, erano un popolo conquistatore, altamente civilizzato, cui si devono capolavori d'arte e città d'incredibile estensione e bellezza, che aveva saputo sempre più allargare i confini del proprio impero: una striscia sottile di territorio lunga quattromila chilometri sulla costa occidentale del Sudamerica, dove oggi vi sono Perù, l'Argentina nordoccidentale, un tratto di Ecuador, Bolivia e Cile.
Nel 1435, Pachacutec, il rivoluzionario imperatore degli Inca dal 1437 al 1471, decise che una parte del popolo avrebbe lasciato la capitale Cuzco per edificare un'altra città in posizione strategica, esattamente ai confini dell'impero, che grazie ai profondi dirupi che la circondavano fosse un baluardo per la difesa del suo regno e soprattutto il punto di partenza per andare a conquistare altri popoli. Una città segreta, tanto che pochissimi documenti ufficiali fanno riferimento a questo luogo sperduto nella giungla, proprio perché nessuno doveva sapere dove si studiavano i piani segreti dell'impero.
Fu abitata per circa un secolo
Non fu certo facile erigere in pochi anni centoquarantatre edifici, palazzo dopo palazzo, tempio dopo tempio: la vegetazione attorno era troppo fitta per consentire il passaggio dei carri contenenti il materiale edilizio. Pertanto ai confini delle città, fu scavata una cava e qui i blocchi di granito, che ancora adesso sono sparsi lungo l'area, venivano tagliati semplicemente con un martello di pietra e levigati con sabbia umida.
Il risultato erano blocchi perfetti, che potevano essere incastrati uno dentro l'altro come i tasselli di un puzzle, senza bisogno di cementarli con la malta, grazie ai quali si costruivano case  simili ad autentici capolavori d'ingegneria. Anche i sistemi di sicurezza erano all'avanguardia: le porte della città e degli edifici più importanti avevano chiodi negli stipiti e negli anelli di pietra sull'architrave per rendere più difficoltoso, se non impossibile, il "lavoro" dei malintenzionati.
Per circa un secolo, Machu Picchu fu abitata, in prevalenza da sacerdoti e notabili dell'impero Inca che amavano questa città splendidamente decorata.
poi all'improvviso si svuotò, e il motivo è ancora oggi un mistero. Secondo alcuni studiosi, fu un'epidemia di vaioli a decimare, nei primi anni dl XVI secolo, i suoi mille "inquilini" prima dell'arrivo, nel 1532, dei "conquistadores" spagnoli, guidati da Francisco Pizarro; secondo altri, la città venne abbandonata ancora prima perché ormai aveva perso la sua funzione di avamposto dell'impero. fatto sta che nel giro di pochi anni, fu inghiottita per sempre dalla foresta. Poi. da quando, nel 1572, l'ultimo imperatore Tupac Amaru venne ucciso dai colonizzatori spagnoli, gli Inca scomparvero definitivamente come popolo indipendente, e con loro, si perse pure la memoria di Machu Picchu.
Finì dimenticata sino al 1911
Ma un giorno la città perduta, come d'incanto, riapparve. Come se le nubi che spesso la sovrastano all'improvviso si fossero diradate, lasciando agli uomini la sorpresa di riscoprire un luogo ricco di storia e mistero.
Nel 1911, Hiram Bingham, uno storico appassionato di archeologia, docente della prestigiosa università degli Stati uniti di Yale, che nel 1906 stava esplorando le strade  e le rotte commerciali degli Inca, salendo in cima al monte Picchu s'imbattè in alcuni grandiosi resti di edifici seminascosti nella ricca vegetazione. Chiese a due contadini che lì coltivavano la terra con le rispettive famiglie se sapevano di che cosa si trattasse, ma non seppero dirgli nulla. che luogo poteva mai essere? Chi poteva mai avere realizzato una città così maestosa e poi averla abbandonata? Bisognava scavare per scoprirlo, erano necessari finanziamenti difficili da reperire. Il governo peruviano però dette l'autorizzazione a Bingham e lui riuscì a racimolare i soldi facendo una colletta tra l'università, l'associazione americana di turismo culturale National Gegraphic, parenti e amici. E fu pronto a ripartire alla volta del Perù.
Ci vollero cinque anni di scavi prima di riportare alla luce e fare riemergere dalla giungla tutta la città perduta, e oggi ciò che vedono i quattrocentomila visitatori che ogni anno varcano la soglia di Machu Picchu continua a sorprendere, anche grazie agli studi del professor Bingham, che seppe ricostruire la struttura architettonica e soprattutto la vita sociale degli antichi abitanti.
Appena entrati, c'è il settore agricolo, che occupa l'intera parte sudorientale della città ed è costituto da terreni terrazzati dove un tempo si coltivavano mais e patate: qui è possibile visitare il posto di vigilanza, una piccola costruzione cui è stata rifatto il tipico tetto di erba delle Ande, situata in posizione panoramica e strategica, tanto che vi si possono scattare le foto più belle di Machu Picchu. e poi ecco la roccia funeraria a forma d'altare, con alcune gradinate laterali in cui venivano imbalsamati i defunti, e la Kallanka, o Recinto dei dieci Vani, un edificio che serviva come albergo e luogo di ristoro.
Ma il vanto di Machu Picchu è il settore urbano, ricavato sopra un'area scoscesa che gli Inca percorrevano salendo e scendendo oltre tremila scalini, e che, sotto le quattro piazze posizionate su diversi livelli, nasconde un sofisticato sistema di canali idraulici per il consumo umano e per l'irrigazione.
Il tempio del sole e la casa del re
Varcando l'Intipuncu, una splendida porta con doppio stipite, si accede a El Torreon, il Tempio del Sole, un luogo mistico semicircolare che fungeva da osservatorio astronomico e dove si svolgevano i riti per il culto di Inti, il Sole. Proprio di si può visitare il Gruppo del re, ovvero una "kancha", una casa per la famiglia numerosa del sovrano che poteva disporre, oltre che delle camere realizzate attorno a un patio e separate in zona giorno e zona notte, anche di uno studio, di un atelier e di un'enorme cucina dotata di una pietra per macinare il grano. La passeggiata nella città prosegue tra le case dei sacerdoti, templi di culto, orologi solari, fino ad arrivare alla parte orientale, concentra attorno alla piazza principale di Machu Picchu: qui è possibile ammirare le abitazioni degli artigiani, molto più semplici, con il tetto in legno ricoperto di paglia, e poi i magazzini e i mortai circolari, utilizzati per fabbricare tessuti e ceramiche.
La natura intorno è straordinaria
Tanto sono gli edifici che ancora adesso, a distanza di quasi seicento anni, colpiscono l'immaginazione e stupiscono i visitatori.
Uno dei complessi architettonici più enigmatici e affascinanti è il Tempio del condor: una sorta di labirinto dov'è nascosta una scultura con le sembianze del condor delle Ande, dal becco adunco, il tipico collare bianco e le grandi ali spiegate, come se stesse per spiccare il volo. Si tratta di un luogo sacro dedicato al culto di questo animale ma che era adibito anche a prigione: qui infatti, venivano rinchiusi e murati vivi i condannati a morte, in attesa di essere dilaniati proprio dal condor. Tutt'intorno c'è una sorte di paradiso terrestre, punteggiato da duecento specie di orchidee e abitato da più di trecento tipi di volatili, fra cui rapaci e colibrì, e di altri animali, molti in via di estinzione, dal puma al galletto delle rocce, dal gatto della montagna al cosiddetto orso con gli occhiali.
Tornando alla cronica storica, la scoperta di Machu Picchu fu accolta con clamore in tutto il mondo e portò ovunque fama e prestigio al professor Bingham, già noto in America per avere sposato una delle ereditiere di Tiffany, la rinomatissima gioielleria di New York. Negli Stati uniti diventò un eroe, tanto da essere eletto governatore dello Stato del Connecticut, e i suoi libri sulla città inca ritrovata per decenni continuarono ad essere esauriti.
Ma come si fa a raggiungere questa straordinaria "meraviglia del mondo".
Si deve anzitutto andare a Lima, la capitale del Perù, con un volo diretto da una delle principali città italiane, possibilmente tra giugno e ottobre, i mesi ideali perché in quella zona il clima è mite, con temperature che la sera scendono a dieci gradi, e senza quelle piogge torrenziali frequentissime da novembre ad aprile.
Da Lima, con un volo di un'ora, ci si trova nella cittadina di Cuzco, a tremilatrecento metri di quota, e da qui le possibilità di raggiungere la "città perduta" sono diverse: la più comune è arrivare ad Aguas Calientes che ha tutte le strutture alberghiere e turistiche per chi vuole restare a Machu Picchu qualche giorno, con il treno che attraversa la pampa peruviana, s'insinua nella stretta gola naturale di Pomatales, s'inerpica sul monte Picchu fino ad arrivare alla Valle sacra degli Inca.
I più avventurosi (e facoltosi) possono raggiungere il sito archeologico in elicottero, da Cuzco, in venticinque minuti da Agua Calenties: un'occasione per ammirare dall'alto lo spettacolo che offre l'area turistica, senza potere sorvolare Machu Picchu perché la legge peruviana non lo permette. I più sportivi, invece, seguiranno le strade dell'Inca, la rotta sudamericana più famosa di trekking, che in quattro giorni di cammino, non sempre agevole, porta a destinazione: un itinerario che attraversa ponti sospesi e boschi di eucalipto, costeggiando precipizi, consente di ripercorrere lo stesso cammino che l'antico popolo compiva per arrivare alla propria città. E quando finalmente si varcano le soglie di questa "meraviglia" si ha la sensazione di entrare nella leggenda.
Nel 1911 Hiram Bingham scoprì Machu Picchu, la città perduta
L’esploratore che sbaglio scoperta
Si convinse di aver trovato Vilcabamba, ultimo rifugio degli Inca
Innamorato degli Inca
Machu Picchu (Perù), 1911: la foto-ricordo di Hiram Bingham (a destra) al momento della scoperta. La spedizione, tra mille difficoltà, riuscì solo grazie alla passione dell’americano per la civiltà Inca.
Lui la vide così
Machu Picchu fotografata dall’archeologo americano poco dopo la scoperta. In un primo tempo Bingham, escluse, a ragione, che si trattasse della leggendaria Vilcabamba. Ma poi cambiò idea.
Il sergente e il ragazzino
Il sergente dell’esercito peruviano Carrasco posa per Bingham presso l’altare di Machu Picchu, insieme a un giovane indio.
I locali sapevano bene dell’esistenza delle rovine.
Gli Inca non conoscevano il ferro, ma erano maestri della pietra: il loro impero era percorso da 40 mila km di strade lastricate
 La faccia squadrata, l’espressione sorniona, il cappello a larghe tese, la tenuta da esploratore. Il ritratto più celebre di Hiram Bingham, l’esile ma caparbio Indiana Jones delle Hawaii, è l’icona di un mondo alla scoperta del mondo. Figlio e nipote di missionari, Bingham scrisse uno dei capitoli più belli dell’archeologia del XX secolo. Viaggiatore curioso, cronista attento, in fuga da un destino familiare che sembrava segnato, nel 1911 riportò alla luce la più nascosta delle città precolombiane: Machu Picchu. Costruita in pietra in un angolo quasi inaccessibile delle Ande centrali, disabitata e inviolata per 400 anni, la città perduta degli Inca diede a Binghman la fama che aveva sempre cercato.
Figlio ribelle. Nato nel 1875 a Honolulu, Bingham ruppe una tradizione di famiglia – quella religiosa – che durava da sei generazioni. Suo nonno era stato il primo predicatore protestante a varcare alle Hawaii e suo padre si era fatto un nome traducendo la Bibbia in gilbertese, la lingua delle isole Kiribati (Oceania).
Il giovane Hiram ricevette, e probabilmente digerì a stento, un’educazione intransigente e, appena poté, cambiò aria.
Iscrittosi all’Università di Yale, nel Connecticut, da dove la sua famiglia proveniva, arrivava  a stento a fine mese, ma aveva carisma da vendere e frequentava compagnie di classe sociale più elevata. Nel ’98 si laureò in lettere, lavorando intanto come poteva: per quattro mesi s’improvvisò persino chimico dell’American sugar company.
Non era la sua strada. Chiassoso, talvolta sfacciato, Hiram voleva, pretendeva la notorietà. E, nel 1900,la sua vità cambiò: il 20 novembre sposò la bella e ricca ereditiera Alfreda Mitchell, una delle eredi dell’impero Tiffany (la storica gioielleria di New York). Per l’ex studente squattrinato fu un trampolino di lancio: nel 1905, all’età di 30 anni, si specializzò in Scienze politiche alla Harvard University, e Yale, “tempio” degli intellettuali nordamericani, gli aprì le porte. Adesso era il professor Bingham, docente di Storia dell’America latina.
 Affascinato dagli Inca. L’anno dopo, quasi per una scommessa con se stesso, partì per il Venezuela. Avrebbe voluto scivere un saggio su Simòn Bolìvar (1783-1830), eroe dell’indipendenza sudamericana, ma cambiò presto idea: rapito dalle leggende, dalla cultura, dalla gente del posto, sconfinò a più riprese in Colombia, Argentina e Perù. Aveva in tasca un manuale di consigli per viaggiatori e un taccuino dove annotava ogni dettaglio di ciò che vedeva e sentiva. La sua curiosità era attratta dagli Inca, l’antico popolo del dio Sole sterminato dai conquistadores. Si aggregò a una spedizione locale e qualcuno gli raccontò di Vilcabamba, estermo rifugio della resistenza incaica: quel nome diventerà per lui una fissazione. Tornato a casa, riordinò mappe e appunti e, dopo aver pubblicato i resoconti dei suoi primi viaggi, organizzò una missione nel cuore delle Ande: aveva passato notti intere a leggere libri e a studiare la cordigliera e ora sapeva esattamente dove puntare. Attraverso il governo deghli Stati Uniti ottenne il benestare del presidente peruviano. Finanziato dall’Università di Yale e dalla National geographic society, di cui era membro. Hiram ripartì per l’America latina. Stavolta a colpo sicuro.
“Vecchia cima”. Nel luglio del 1911 era a Cuzco, antica capitale degli Inca. Da lì, lungo il rio Urubamba, s’inoltrò nella selva. Bingham seguiva le strade che l’imperatore Manco Càpac II aveva scelto nel 1533 per sfuggire a Francisco Pizarro. Il tragitto era faticoso, il caldo torrido, la foresta una giostra di paura. Dopo circa una settimana, la carovana s’infilò in una spaccatura dove a malapena filtrava la luce del sole. Era tardi, la stanchezza fiaccava le gambe e gli americani decisero di accamparsi. Erano circondati da tracce e resti incaici. Un campeisino si avvicinò alle tende. Era poco più di un bambino.
Il ragazzo chiese cibo, forse denaro. In cambio, promise di rivelare il sentiero per giungere ad alcuni terrazzamenti celati tra le montagne, Bingham accettò lo scambio e, la mattina dopo, l’indio lo accompagnò sul posto. Il tragitto fu estenuante, bisognava attraversare un ponte sospeso e un temporale rese l’escursione ancora meno agevole. Hiram aveva il cuore in gola, sentiva di essere a un passo dalla meta. Giunto a destinazione, dovette aspettare che la nebbia si diradasse. A quel punto, l’archeologo si ritrovò all’attava meraviglia del mondo: nella cavità di un picco, a oltre 2.200 metri di altitudine, sorgeva una colossale città di granito. “Machu Oicchu” gli disse il campesino, la “Vecchia cima”. Il suo splendore mozzò il fiato a Bingham: «È incredibile. Sembra di sognare. Che cosa può mai essere questo luogo?». Già che cosa? Hiram non capiva: si aspettava il tesoro degli Inca; invece, aveva trovato solo costruzioni in pietra. Era ossessionato dal mito di Vilcabamba, non sapeva che cosa pensare. Scattò qualche fotografia, incaricò due assistenti di proseguire gli scavi e ripartì verso nord: Machu Picchu, ne era sicuro, non era la città che stava cercando.
Forse però… Bingham ripartì da zero. Raccolse gli indizi, studiò mappe e sentieri, tradusse antiche iscrizioni, interrogò decine di indios. Marciando per giorni, arrivò quasi alla foresta tropocale. Ma i risultati non venivano. Scoraggiato dalle testimonianze dei contadini, decise di fare rientro negli Usa. Gli servivano mesi per smaltire i dubbi e l’amarezza. Ma l’estate successiva, raccolti altri fondi, era di nuovo sulle Ande: solo allora si rese conto di ciò che aveva scoperto. La posizione, i giganteschi architravi, le terrazze, le piazze, le scalinate e le muraglie, finalmente ripulite dalla sterpaglia, gli fecero cambiare idea.
«Nessuna parte dell’altopiano del Perù» racconterà «e meglio difesa da barriere naturali: c’è uno stupendo canyon di roccia granitica, i cui precipizi sono spesso a picco per più di 300 metri e presentano difficoltà che intimidiscono i più ambiziosi alpinisti moderni». In più, ci sono le rapide dell’Urubamba «pericolose anche nella stagione secca e assolutamente inviolabili per almeno la metà dell’anno. Qui un popolo civilissimo, di grande sensibilità artistica, ricco di iniziativa e capace di sforzi prolungati, in un certo momento del lontano passato si è costruito un santuario per il culto del Sole. Il suo nome Machu Picchu, è stato accettato e continuerà a essere usato, anche se nessuno ora dubita che questa sia l’area dell’antica Vilcabamba».
La roccaforte. Naturalmente, Bingham si sbagliava. Machu Picchu, costruita verso la fine del XV secolo – abitata – pare da un migliaio di persone, non era Vilcabamba.
La città nascosta? Un italiano sapeva dov’era
Se Bingham scoprì Machu Picchu, lo si deve anche a un italiano, Antonio Raimondi. Nato a Milano nel 1826, dopo aver partecipato ai moti del ’48 riparò nella terra degli Inca. Si dice che Raimondi fosse rimasto colpito dall’abbattimento di un gigantesco cactus di origine peruviana nel giardino zoologico di Milano: allora decise di dedicare la sua vita allo studio di quella terra.
Adottato. Archeologo, botanico, zoologo, cartografo, etnografo e geologo, Raimondi attraversò il Perù in lungo e in largo, raccogliendo e catalogando insetti, piante e minerali. Schivo e dai modi semplici, divenne professore onorario e consulente scientifico del governo sudamericano.
Per di là. Durante uno dei suoi viaggi raccolse le testimonianze degli indigeni sull’esistenza di Machu Picchu: l’italiano non provò mai ad avventurarsi fino al sito, ma nelle sue carte lo indicò con precisione. Seguendo le sue indicazioni, una spedizione francese mancò di un soffio la scoperta. E anche Bingham fu aiutato dalla mappe di Raimondi. Morto nel 1890 a San Pedro, Lima gli ha dedicato nel 1981 un museo.
Le mummie bambine
I corpi  mummificati di tre bambini (nella foto uno di loro) sacrificati agli dèi dagli Inca, riposavano a oltre 6.700 metri sulla vetta del Cerro Llullailaco, nelle Ande fra Cile e Argentina. Vestiti con abiti sontuosi e col volto sereno, furono probabilmente drogati prima di essere sepolti vivi.
Ambasciatori. Per gli Inca, sarebbero diventati i rappresentanti del popolo presso gli dèi, che li avrebbero accolti per l’eternità.
La città, a 2.280 metri, aveva più di cento edifici e 3.200 gradini scavati nella roccia
Che cosa fosse è ancora un mistero: «La sua collocazione» dice Laura Laurencich, docente di Civiltà indigene d’America all’Università di Bologna «ha fatto pensare a un luogo di difesa, a un avamposto militare, a un rifugio estremo. Ma sono ipotesi di gran lunga cadute. È più probabile, invece, che fosse una città sacra o, come ha sostenuto lo studioso americano John Rowe, la sua residenza estiva degi imperatori. La sua organizzazione era analoga a quella di altre città andine, ma alcuni ritrovamenti ne dimostrerebbero la grande valenza astronomica».
Invisibile dal basso, ignorata (loro malgrado) dagli spagnoli, la roccaforte era nota agli indigeni: un proprietario terriero di Cruzco, Agustin Lizàrraga, l’aveva già visitata nel 1902, ma quando tentò di farci ritorno venne travolto e ucciso dall’Urubamba. Bingham, secondo alcuni storici sudamericani, lo sapeva, ma preferì tacere e, forse, cancellò persino il nome di Lizàrraga da una roccia o dalla parete di un tempio. «Il merito di una scoperta va a colui che la rende pubblica: Bingham ne è stato portavoce scientifico» chiosa Laurencich.
Trionfo. L’impresa fece di Hiram un personaggio da prima pagina, quasi un eroe nazionale. La prestigiosa rivista National Geographic gli dedicò un intero numero e il suo nome dece il giro del mondo. Il fatto che nessun tesoro fosse stato rinvenuto insospettì alcuni studiosi ed esponenti politici peruviani, e Hiram temette addirittura l’arresto. Arruolatosi nell’aviazione durante la Grande Guerra, successivamente entrò in politica: nel 1923. Diventò governatore del Connecticut e nel 1925 senatore degli Satti Uniti. Rotto il matrimonio conb Alfreda, che intanto gli aveva dato 7 figli, si risposò nel 1937 e, chiusa la carriera plitica, fu per qualche tempo vicepresidente di una compagnia petrolifera. Per tutta la vita continuò a sostenere che Machu Picchu fosse Vilcabamba, convincendo molti. Morì a Washington nel 1956. Pochi anni più tardi, Vilcabamba fu identificata nella zona di Espiritu Pampa. Esattamente dove Bingham aveva immaginato che si trovasse, prima di imbattersi in Machu Picchu.
Tupac Amaru, l’ultimo imperatore inca
La strenua resistenza degli Inca contro i conquistadores durò quattro decenni, dal 1533 al 1572, anno in cui a Quito (oggi in Ecuador) fu decapitato Tupac Amaru, l’ultimo Inca. Figlio di Manco Càpac II, dalla roccaforte di Vilcabamba aveva tentato di difendere un impero antico di tre secoli. Morendo, entrò nel mito. Il suo nome fu ripreso dall’indigeno peruviano Josè Gabriel Condorcanqui, che guidò la rivolta antispagnola del 1780. e nel Xx secolo si ispirarono a lui diversi gruppi della guerriglia sudamericana, tra cui i Tupac Amaru che nel 1996-97 occuparono per quattro mesi l’ambasciata a Lima (Perù).
Culla d’oro. Secondo alcuni studiosi, i seguaci di Tupac Amaru fuggirono nella regione di Choquequirao, che in lingua quechua significa “Culla dell’oro”. Arroccata a 3.100 metri di quota, questa città santuario era nota agli europei fin dal 1768, ma fu riscoperta solo negli anni Ottanta. Due terzi dei suoi resti sono ancora avvolti nella vegetazione e gli archeologici sperano di riportarla interamente alla luce entro il 2012. Solo allora si capirà se fu davvero l’ultimo rifugio degli Inca.