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martedì 4 settembre 2012

GARA DELLE FRITTATE


UNA TRADIZIONE CHE SPERO SI RIPETERA' ANCHE SE LA PRIMA EDIZIONE E' STATA FATTA PER PARTECIPARE AI GUINNESS
E’ Record del Mondo! Con 838 frittate cotte in mezz’ora, la terra veneta non smentisce la tradizione e il team tutto trevigiano composto da 10 cuochi si è aggiudicato il Guinness. Dalle 13.30 alle 14.00 la squadra, costituita dai volontari del comitato Gente Veneta (ideato dal Sentore Gianpaolo Vallardi con la collaborazione del vicesindaco di Portobuffolè Andrea Susana) e da alcuni sindaci del territorio quali Firmino Vettori di Gorgo al Monticano, Marica Fantuz di Meduna di Livenza e Paolo Speranzon di Motta di Livenza, si è messa ai fornelli: 10 postazioni da 6 fuochi ciascuna.
I 10 assistenti chef armati di frustino elettrico e sessanta terrine hanno rotto, salato e sbattuto 3.352 uova, incuranti del sole cocente che ieri, festa di San Marco, splendeva sulla vasta piana del Prà dei Gai di Portobuffolè (TV), da sempre meta delle tradizionali scampagnate di Pasquetta.
Ritmo, coordinazione e tanta determinazione sono stati gli altri ingredienti segreti che hanno portato il team, guidato dal caposquadra Daniele Vettori, alla conquista del Record. Attorno all’arena di “Fortajando” si è assiepato il pubblico che ha incitato con grida e applausi i cuochi alle prese con 6 padelle ciascuno.
Al termine della prova i giudici di gara hanno impiegato quasi un’ora per contare le frittate realizzate in ogni postazione: quelle rotte o bruciate sono state scartate, come da regolamento, ma fin dalle prime postazioni si è capito che il record era a portata di mano. Sono state le ultime postazioni, superando le 100 unità, a dare la conferma dell’ampio sorpasso del precedente Guinness World Record che si attestava sulle 474 frittate cotte in 30 minuti. Ora il verdetto ufficiale spetterà ai giudici di Londra ai quali verrà inviata la registrazione dell’intera gara, ma gli organizzatori sono già soddisfatti del risultato raggiunto e pensano a come far crescere la manifestazione per l’edizione 2012.
Sono state oltre 40, poi, le persone arrivate dall’intera provincia trevigiana e da quelle di Padova e Venezia per partecipare alla competizione per famiglie “La Fortaja pì bona”. Sfoderando fantasia e competitività hanno realizzato frittate con mix di ingredienti mai provati prima: tonno, cipolle, bruscandoli, sciopeti, punte di ortiche, erba cipollina, salame, noci, peperoni, pancetta, etc. ma alla fine l’hanno spuntata in tre. A salire sul podio sono state: Moira Pollesel, 3° posto con una frittata realizzata con pepita del Piave, peperoni, carote, piselli e verdure di campo; 2° posto per Lorena Benedet che ha presentato la frittata con scalogno, erba cipollina e salame nostrano; il gradino più alto del podio è andato alla giovane Elisa Camillotto che ha proposto una frittata dolce realizzata con mele, miele e riso soffiato.

SPRITZ

Foto
Ci può essere una buona bevuta senza ubriacarsi?

lunedì 3 settembre 2012

VOGALONGA

Vogalonga, storia e folklore in laguna


L’Italia, ha sempre avuto un rapporto speciale col mare. Per la sua posizione geografica, per i suoi 8.000 chilometri di coste che si affacciano sul Mediterraneo, per la sua vocazione turistica. Sono infinite le motivazioni che hanno contribuito a far crescere l’attenzione dell’uomo italico verso il mare, già all’epoca dei romani e via via nel periodo medievale, al tempo delle Repubbliche marinare Amalfi, Genova, Pisa, Venezia. E proprio la città lagunare è dedicata, da oltre un quarto di secolo, la vogalonga.
Sul mare tra storia e folklore
La Serenissima fa da cornice a una delle più suggestive sfilate nel mare
Trentatre anni fa un gruppo di veneziani attenti alle problematiche ambientali, affinché giungesse alle autorità cittadine un invito ad attivarsi contro il degrado della città e per proteggere il “moto ondoso” in laguna dovuto al passaggio dei natanti a motore, hanno realizzato la prima edizione del Vogalonga, una manifestazione non agonistica che coinvolge barche la cui propulsione sia rigorosamente legata alla forza delle braccia.
L’invito fu accolto dagli organi d stampa locali, dalla società di canottaggio e dai veneziani cui stava a cuore la sorte della città dei dogi. Gondole, Caorline, Sàndali, sono le storiche imbarcazioni a remi che, in occasione della Vogalonga, vengono calate in acqua e sfilano tutte assieme per partecipare ai trenta chilometri di percorso del bacino San Marco si snoda per San’Elena, e poi costeggia le isole di Sant’Erasmo, Burano, Madonna del Monte e Murano. Una volta entrate in città attraversano Cannaregio e dopo la navigazione nel Canal Grande concludono la sfilata in piazza San Marco.
La Vogalonga rappresenta dal 1974 un punto fermo tra le manifestazioni veneziane.
Di anno in anno l’interesse
È cresciuto così come le iscrizioni che, nell’edizione 2007, hanno registrato 1.580 imbarcazioni con oltre 5.500 vogatori. Come da tradizione la regata prende il via al grido di «Viva San Marco», l’antica acclamazione delle gloriose galere della Serenissima cui segue oggi il colpo di cannone e che, assieme al tradizionale saluto dell’alzaremi, ufficializza la partenza. Il colpo d’occhio dall’alto del campanile è un’autentica festa del mare che nessuna altra città al mondo è in grado di offrire.
La partecipazione di rematori stranieri che ogni anno supera le aspettative: i “foresti”, come li chiamano da queste parti, provengono da Inghilterra, Ungheria, Francia, ma anche dalla Germania, dalla Svizzera e dagli Stati Uniti. Una moltitudine di colori diversi, uniti dall’amore per Venezia.

mercoledì 15 agosto 2012

FESTA CON I MORTI

Messico . una festa "con" i morti
Il 2 novembre si mangia nei cimiteri,
si "puliscono" le ossa, si cambiano "i vestiti"
Giorno particolarissimo, nel Messico, quello dedicato al ricordo dei morti.
Per un popolo come quello messicano, abituato nei secoli alla tortura e alla violenza,
la consuetudine con la morte è un classico, una necessità e oggi una semplice realtà.
Così il 2 novembre si va a mangiare in cimitero, o si va a cambiar "vestito" ai defunti.
La cosa è meno vaga di quello che può sembrare. Non è che vanno magari accanto alle tombe o in una stanza del cimitero.
No, vanno proprio dove ci sono le tombe e, beati loro almeno in questo, godendo del tempo meraviglioso che gran parte del Paese ha, si siedono per terra vicino alle tombe e mangiano, in famiglia. A Pomuch, per esempio, ognuno tira fuori la cassetta di legno in cui ci sono i resti del proprio caro; pulisce le ossa una per una, cambia il "panno" che stava a custodirle con uno nuovo, ricamato con amore, di cotone fresco e bianco.
Poi si ripone la cassa. Ovviamente, la cosa ha assunto con l'andare del tempo un aspetto sempre più ampio e coinvolgente.
Per esempio: tutti i festoni di carta che vengono esposti per segnalare la festa un pò dovunque, nelle case e nelle strade, sono disegnati con scheletri, ossa e teschi; i dolcetti per i bambini, i biscotti e quant'altro hanno ugualmente la forma di scheletrini divertenti e colorati. Nella settimana prima della festa tutte le vetrine, anche nella capitale, hanno qualcosa "di macabro" (per noi), di festoso, per loro. Per esempio, i grandi magazzini espongono dei manichini che hanno addosso i vestiti di cui devono fare la pubblicità ma che sono... scheletri, in ossa e ossa.
Nella meravigliosa città di Guanajuato, in mezzo alle montagne a qualche ora di pullman a nord di Città del Messico, la festa è ancora più incredibile. Guanajuato ha un clima talmente perfetto da consentire la mummificazione spontanea dei cadaveri.
Ecco che i morti vengono appoggiati a terra e lasciati lì.
Quando sono mummificati viene compiuta una scelta: quelli più "belli" vengono trasferiti nel museo del "Pantheon", che è il cimitero, ed esposti alla curiosità dei turisti.
Il morto ammazzato ha ancora il coltello nel costato; la morta di parto ha ancora il feto ecc. In fondo, si tratta solo di cambiare mentalità, per un giorno. Ovunque si innalzano dei piccoli "altari" con la foto del morto, davanti al quale vengono posti i suoi cibi preferiti. 

giovedì 9 agosto 2012

L'ALBERO DELLA CUCCAGNA


 Un tempo si viveva nelle feste patronali nel nostro Paese così come, ancora oggi, in alcuni Paesi anglosassoni. “L’albero della cuccagna”, oggi in uso solo quale espressione idiomatica, era in passato un evento al quale tutti erano invitati. Ci si  doveva cimentare in una breve, ma difficilissima arrampicata lungo un palo ben ingrassato,  per raggiungere i beni appesi in cima.
Chi ci riusciva portava a casa il premio raggiunto tra gli applausi di tutti.

PRESEPE



Nel ‘700 era una vera moda: uno status symbol, che i nobili sfoggiavano nelle case.
Oggi lo si fa in terracotta, di pane, di legno, di vetro, di plastica, persino subacqueo...
Il presepe resta una tradizione per molti: basti pensare che in Italia sono attive 2.400 imprese artigiane che producono le statuine e gli altri elementi. Ma da dove deriva questa tradizione?
E quanto è fedele al racconto della nascita di Gesù fatto dai vangeli?
Anche se la natività veniva raffigurata fin dai primi secoli del cristianesimo, i predecessori del presepe più che altro le sacre rappresentazioni, drammi legati alle liturgie., che nel Medioevo si tenevano per il Natale. A queste si collega il celebre “presepe vivente” voluto nel 1223 da San Francesco a Greccio: fece portare una mangiatoia, un bue e un asino e venne celebrata la messa di Natale. I primi veri presepi furono in realtà gruppi di grandi statue, collocate nelle chiese e permanenti, che si diffusero nel ‘400 e ‘500. Dal ‘600 il presepe arrivò anche nelle case dei nobili, con figure più piccole e mobili. Nel ‘700 a Napoli, per esempio, esplose una vera passione. Tra nobili e re. Si faceva a gara per avere presepi spettacolari e preziosi, che divennero una sorta di status symbol. Occupavano anche più stanze. I dettagli delle figure, dagli abiti agli accessori, erano curatissimi; a volte venivano usati gioielli autentici.
In seguito si diffuse. Con l’800, si trasferi nelle dimore dell’alta borghesia, e poi nelle case.
Ma dove nascono le ambientazioni e le figure che siamo abituati a vedere? In realtà i Vangeli canonici dicono poco sulla nascita di Cristo. Molti elementi caratteristici del presepe derivano invece dai Vangeli apocrifi (i testi considerati non canonici, con altri particolari sulla vita di Gesù) o da tradizioni successive.

E comparve la grotta

A cominciare dagli immancabili bue e asino: compaiono nel Vangelo dello pseudo-Matteo, collegati a una profezia di Isaia, “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone” che però si riferiva ad altro: lamentava come Israele non riconoscesse più il suo Dio, mentre gli animali riconoscevano il suo padrone). E il simbolo degli animali in adorazione si affermò: il bue rappresentava gli ebrei, l’asino i pagani. Se Luca cita i pastori e la mangiatoia, i Vangeli canonici però non parlano della grotta: anche questa (come la stalla) appare negli apocrifi. Del resto, le grotte sono per molti popoli luoghi simbolici. Legati al culto e ai miti della nascita: bast pensare che secondo una tradizione anche Mitra, molto venerato tra i soldati romani, era nato in una grotta, il 25 dicembre. E i re magi? Li cita Matteo come sapienti venuto da Oriente con oro, incenso e mirra, ma non dice nè quanti erano nè come si chiamavano. Tutto il resto viene da diverse tradizioni e dagli apocrifi: nel Vangelo dell’infanzia armeno appare la credenza che i magi (in origine sacerdoti persiani, la parola era usata anche per indicare indovini e astrologi) fossero i tre Melkon, Gaspar, Balthasar. La tradizione si affermò, collegata anche ai tre doni, alle età dell’uomo e alle popolazioni di Europa, Asia e Africa. E così i re magi sono entrati nel presepe. Il corteo dei magi era anche l’occasione per mettere in scena l’esotismo, con costumi orientali, odalische, tesori. Nel presepe approdano poi  personaggi e ambientazioni  certo non legati all’antica Palestina. Nel presepe napoletano ci sono popolani con i costumi dell’epoca e venditori di cibo, osterie e riproduzioni delle case dei borghi agricoli.

Madreperla o corallo

Una tradizione che si è conservata. A Napoli c’è la via dei presepi, San Gregorio Armeno, dove 60 laboratori artigiani realizzano e vendono statuine. Anche quelle di vip.
Le tradizioni sono molte. “Ogni Paese sperimenta vari materiali”. Dal marzapane alla madreperla, dal corallo della tradizione siciliana alla carta diffusa in Austria o Germania alla latta del Messico. A Lecce c’è una radizione della cartapesta, mentre in Polonia si usa la carta stagnola, in strutture che riproducono facciate di cattedrali. Nei paesi andini le figure hanno costumi locali.