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domenica 6 gennaio 2013

EUNUCHI

Perché nell’impero bizantino gli eunuchi ricoprivano alte cariche?

L’imperatore doveva affidare l’amministrazione statale e l’immenso potere che ne derivava a persone che non mettessero a repentaglio la sua autorità. Doveva, cioè, evitare che nascessero centri di potere a lui antagonisti. Motivo per cui alla corte di Costantinopoli le alte cariche statali venivano affidate agli eunuchi, giovani che erano stati evirati, cioè avevano subito l’asportazione di pene e scroto. Nella loro condizione non potevano generare eredi cui trasmettere gli incarichi ricevuti, e il potere ottenuto si esauriva alla loro morte.
L’eunuco più famoso fu probabilmente Narsete, il generale che guidò i Bizantini contro i Goti in Italia. Il periodo di massimo splendore di questa categoria di funzionari fu tra IX e XI secolo.
A quel tempo potevano accedere ai più alti gradi dell’esercito e della marina o diventare più stretti collaboratori del re.
Le origini. Utilizzare eunuchi a corte era un’usanza tipicamente orientale; già nel 535 a.C. rivestivano importanti ruoli politici in Cina. Diventare eunuchi garantiva un posto sicuro e alti guadagni nei palazzi imperiali o nelle case dei nobili. Così molte famiglie castravano i figli per presentarli a corte. L’operazione spesso veniva eseguita in casa con un rasoio affilato, olio di sesamo e noci moscate per curare la ferita. Al posto dei genitali si inseriva una cannuccia (una piuma d’oca come catetere.

giovedì 20 dicembre 2012

BACCANALI

I Baccanali, un caso clamoroso nella Roma antica
Nel 186 a.C. con il “senatus consultus de Bacchanalibus”, si proibirono definitivamente i famosi “Bacchanalia”, celebrazioni rituali che si svolgevano per onorare il dio Bacco, vietando altresì che per il futuro nessuno si riunisse più in simili associazioni. Questo drastico provvedimento era stato la conseguenza di un’accurata inchiesta scaturita dallo scandalo che aveva coinvolto molti personaggi in vista della comunità romana. La vicenda si era delineata in tutti i suoi turpi contorni grazie all’intervento di Ebuzia, una signora residente sull’Aventino il cui nipote, suo malgrado, stava per essere iniziato ai Baccanali. Publio Ebuzio era figlio di Duronia che rimasta vedova quando lui era piccolo, si era risposata con Tito Sempronio Rutilio. L’uomo grazie alla tutela del figlio adottivo si era permesso di sperperare tutto il denaro che possedeva e ora, lui alla vigilia del compimento della maggiore età, temeva che il ragazzo rivendicasse i propri possedimenti. Cercò quindi di trovare un espediente per poterlo ricattare e coinvolse la moglie nel suo losco progetto. Duronia, infatti, convinse il figlio, che, per assolvere al voto fatto affinché guarisse da una malattia, doveva essere iniziato ai riti bacchici. La fase preliminare prevedeva che il giovane vivesse in castità per dieci giorni precedenti la cerimonia. Ebuzio raccontò la faccenda a Ispala Facezia, una libera meretrice a cui era legato da tempo e che nei momenti di difficoltà l’aveva sempre aiutato, dato che la sua famiglia si era dimostrata molto parsimoniosa nei suoi confronti. La donna che conosceva i rituali delle baccanti, capì immediatamente le intenzioni del patrigno. Una volta che il giovane avesse partecipato alle orrende nefandezze che si raccontava capitassero in quella setta, la sua reputazione sarebbe stata per sempre compromessa e non avrebbe più potuto rivendicare le legittime proprietà. Era noto infatti che nelle notti durante le quali avvenivano i riti misterici, rigorosamente segreti, i partecipanti venissero obbligati a compiere atrocità e delitti, ed unirsi promiscuamente, a usare veleno e torture per estorcere denaro e creare beneficiari di testamenti. Il tutto capitava sotto l’effetto di sostanze allucinogene e vino al ritmo e sfrenato assordante di timpani e cembali. Negli ultimi tempi la situazione si era aggravata poiché i sacerdoti tendevano a introdurre nella setta solo giovani con meno di vent’anni, più malleabili a subire e commettere le suddette atrocità. Al ritorno Ebuzio si rifiutò categoricamente di partecipare ai Baccanali e per tutta risposta fu cacciato di casa. Trovò ospitalità dalla zia Ebuzia che lo convinse a raccontare la vicenda al console Postumio.
Il console avviò le indagini e convocò Ispala. Ci volle parecchio prima di riuscire a convincere la donna a fornire tutte le spiegazioni del caso poiché da piccola, ancora schiava, aveva partecipato ai riti insieme alla sua padrona per cui sapeva molte cose in proposito ma temeva la vendetta di coloro che aderivano alla setta. Venne fuori così che anticamente questo rituale di origine straniera era riservato alle sole donne. Le matrone venivano iniziate nel corso di cerimonie organizzate tre volte all’anno, alla luce del giorno. In seguito la sacerdotessa campana Paculla Annia aveva stabilito arbitrariamente di ammettere anche gli uomini ai riti, che si dovevano tenere solo nelle ore notturne e per cinque volte all’anno.
Quando il quadro fu chiaro e completo il console riferì i risultati delle indagini al senato che non poté esimersi  dal prendere provvedimenti estesi non solo a Roma ma all’Italia intera. I crimini e gli adepti erano cresciuti nell’ultimo periodo in maniera esponenziale e le forze dell’ordine allarmate non potevano ignorare che il fenomeno rischiava di minare seriamente l’autorità del governo. All’indomani dei primi provvedimenti fioccarono le denunce che misero allo scoperto un giro di persone il cui numero superava i settemila seguaci. La campagna denigratoria nei confronti delle religioni straniere ebbe così valide fondamenta, andando a colpire soprattutto determinate fazioni politiche. La pena minore per chi aveva solo giuramento, senza cadere in azioni disonorevoli, prevedeva solo la costrizione in catene, agli altri spettava la morte. Alla fine del caso il numero di coloro che avevano perso la vita era superiore a quelli in gattabuia e tra loro si contavano soprattutto donne. Ispala ed Ebuzio dal canto loro vennero protetti con rigide precauzioni e i loro servigi compensati con soldi dello stato per una cifra di 100 mila assi di bronzo. Non era forse un caso  che, in seguito alle loro denunce, fra i condannati a morte comparissero i nomi degli esponenti di quella classe di “negotiatores” della plebe adagiata che tanto si erano arricchiti a discapito dell’aristocrazia patrizia…

giovedì 25 ottobre 2012

LINCOLN ABRAHAM


Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo.
Abraham Lincoln

(Hodgenville, Kentucky 1809 - Washington 1865), sedicesimo presidente degli Stati Uniti (1861-1865); contribuì alla vittoria degli unionisti nella guerra civile americana e fu uno degli artefici dell'abolizione della schiavitù.
Nato da una famiglia di pionieri, intraprese gli studi giuridici, guadagnandosi ben presto una solida reputazione per la sua onestà. Nel 1833 fu eletto deputato al Parlamento dell'Illinois, per il partito Whig. Ben presto divenne uno dei leader del partito e propose il trasferimento della capitale dello stato a Springfield, dove si stabilì nel 1837. Eletto al Congresso nel 1846, si oppose fermamente ma senza successo alla guerra con il Messico, e formulò un piano per una graduale emancipazione del District of Columbia. In materia di schiavitù, pur essendo un antischiavista convinto, non condivise mai appieno la posizione degli abolizionisti: ciò cui egli aspirava era soprattutto la prevenzione di un'ulteriore diffusione della schiavitù, ma era un fermo assertore del diritto dei singoli di gestire i propri affari interni.
Nel 1856 entrò nel Partito repubblicano e nel 1858 ne divenne il candidato al senato contro il democratico Douglas. Nel 1860 i repubblicani, ansiosi di attirare più fazioni politiche possibili all'interno del partito, lo designarono come candidato alla presidenza, proponendo un programma politico fondato sulla restrizione della schiavitù, i miglioramenti interni, la concessione delle terre ai privati e la riforma dei dazi doganali. Lincoln ottenne la maggioranza dei voti elettorali ed entrò alla Casa Bianca.
Subito dopo la vittoria, il South Carolina, seguito da altri sei stati del Sud, intraprese i primi passi per staccarsi dall'Unione. Lincoln si mostrò aperto al dialogo ma rifiutò di prendere in considerazione un'eventuale estensione della schiavitù. Il Crittenden Compromise, la soluzione di compromesso da lui proposta, non ottenne risultati favorevoli e nel febbraio del 1861 sette stati sudisti si separarono formalmente dall'Unione e costituirono la Confederazione degli Stati Uniti d'America.
Non volendo inimicarsi gli stati sudisti settentrionali, che non avevano ancora dichiarato la propria secessione, Lincoln si rifiutò di intraprendere un'azione drastica; tuttavia decise di liberare Fort Sumter assediato dai secessionisti, e informò il governatore della South Carolina della sua intenzione di inviare cibo alla guarnigione assediata. I confederati, che non avevano alcuna intenzione di sottostare a un'ulteriore "occupazione" federale del proprio territorio, aprirono il fuoco contro il forte, dando così inizio alla guerra civile. Quando il presidente rispose con l'invio di 75.000 volontari, ebbe il Nord dalla sua parte, mentre gli stati sudisti settentrionali dichiararono la secessione (vedi Guerra di secessione).
Nel corso del conflitto, che Lincoln riuscì a vincere affidando il comando dell'esercito al generale Grant, il problema dell'emancipazione non fu trascurato. Affiancandosi ora agli abolizionisti radicali, ora agli shiavisti conservatori, egli riuscì a mantenere buoni rapporti con i democratici e con gli stati al confine pur continuando ad adoperarsi nel suo tentativo di abolire definitivamente la schiavitù.
Il 22 luglio del 1862, sia in risposta alle richieste radicali, sia per esigenze diplomatiche, il presidente informò il gabinetto della sua intenzione di proclamare l'emancipazione, decisione che però non avrebbe riguardato gli stati al confine. La proclamazione avvenne tre mesi più tardi, il 22 settembre, dopo la battaglia di Antietam.
La proclamazione di emancipazione ufficiale, che avvenne il 1° gennaio 1863, liberò gli schiavi nelle regioni controllate dai ribelli e autorizzò la creazione di unità militari di colore. Lincoln, però, era determinato a porre l'emancipazione su una base permanente e nel 1864 propose l'introduzione di un emendamento contro la schiavitù all'interno della Costituzione americana. Tale emendamento venne accettato dopo la rielezione di Lincoln, quando il presidente stesso utilizzò tutti i suoi poteri per assicurarne l'approvazione alla Camera dei Rappresentanti (31 gennaio 1865).
Poche settimane dopo la sua seconda rielezione, Lincoln annunciò pubblicamente il suo sostegno al suffragio limitato dei neri in Louisiana. Tale aperta presa di posizione contro i conservatori non poté che rafforzare le cattive intenzioni di John Wilkes Booth, famoso attore che da tempo tramava contro il presidente. Preoccupato dall'eventualità che i neri potessero ottenere il diritto di voto, egli decise di portare a termine il suo piano e il 14 aprile del 1865 ferì mortalmente Lincoln nel teatro Ford di Washington.

mercoledì 17 ottobre 2012

CARLO PISACANE

Tra ideali e avventure così visse Pisacane
Tutta la sua esistenza è stata rocambolesca.
Dall’arresto in Francia (era fuggito con la moglie di un altro)
Alla breve parentesi nella Legione Straniera.
Poi ancora a Londra, seguito dalla sua Enrichetta,
fino all’avventura di Sapri, conclusasi tragicamente.
Carlo Pisacane in un ritratto dell’epoca. In un giugno di 150 anni fa cominciava l’avventura di Sapri.
Sopra, il faro di Sapri dove si svolge una ricostruzione storica dello sbarco di Pisacane e dei suoi uomini sulle spiegge di Sapri, realizzata per il “Festival della Memoria collettiva”.
E tratta la moglie con le maniere più rovinose, con le parole più indecenti.
È Dionisio Lazzari che riserva un trattamento così triviale alla sua sposa,
Enrichetta Di Lorenzo, la quale gli ha dato tre figli, la sua giovinezza per venir ricambiata in modi tanto arroganti, come scrive Carlo Pisacane per altro cugino del Lazzari per parte di madre.

Carlo e Enrichetta si conoscono, si frequentano spesso, ma da tempo il loro rapporto è mutato in una struggente passione, un sentimento compromettente vista l’iracondia caratteriale dell’anziano marito di lei e l’ardore temerario della giovinezza di Carlo, napoletano, del 1818, quindi in tempo per esaltarsi all’eco delle imprese di Garibaldi in America Latina.
Enrichetta, 1820, coltiva fremiti di autodeterminazione divorando i libri di George Sand, là dove la scrittrice francese incita a quell’amore che solo sia in grado di legittimare tutto. Non ci vuol molto a indovinare quali siano i motivi che armano la mano di un sicario che riduce quasi in fin di vita Carlo Pisacane la notte del 12 ottobre 1846. La politica? Le idee già libertarie di quel tenentino borbonico?
O la gelosia. Il torvo rancore che cova il marito la cui donna nel giorno suo onomastico , il 15 luglio, ha detto, sgravandosi d’un peso morale insopportabile, di amare il suo Carlo?
Al termine di una lunga convalescenza Carlo ed Enrichetta decidono di fuggire a bordo di un postale francese in un viaggio rocambolesco, braccati come sono dalla polizia di mezza Europa con l’accusa d’adulterio. Sotto falso nome giungono a Londra dove il dentista Gabriele Rossetti padre del celebre pittore preraffaelita  Dante Gabriel, li aiuterà a fuggire di nuovo verso la Francia. Qui il governo di Luigi Filippo, in attesa dell’annunciata querela per adulterio del Lazzari, li incarcera per poi liberarli dato il tardare della denuncia. Nel frattempo era nata e morta Carolina, la loro prima bimba. In questa girandola di avvenimenti, nella vana ricerca di un’occupazione, Pisacane accetterà di partire per l’Algeria come miliziano della Legione Straniera. Dura poco se é a Milano nel 1848, festante per le cruciali Cinque Giornate, poi a Roma difensore della città, nello Stato Maggiore in sostituzione di Luciano Manara con Enrichetta infaticabile crocerossina, poi all’ingresso dei francesi in città, di nuovo in viaggio verso un malinconico esilio.
Il radicalismo perdente di Pisacane si infiamma a Londra con le idee del socialismo utopico mentre scrive un suo saggio su quella guerra combattuta in Italia tra il
1848-49.
l’esistenza è sempre durissima, i due amanti, irriducibili, vivono di lezioni private,  spostandosi spesso con la nuova nata, la piccola Silvia e sono a Genova quando la volontà di riscossa di alcuni movimenti anti borbonici in meridione, appaiono agli occhi del fervente insurrezionalista, indicativi di una nuova sete di giustizia e di libertà dall’oppressione di Re Ferdinando.
Enrichetta invece non condivide la visione ottimistica, di Carlo e del suo entourage repubblicano tanto che, espulsa da Genova con la bambina a causa delle attività sedizione del marito. Da Torino scongiurò più volte i membri del Comitato d’insurrezione perché non corressero il rischio mortale d’una delusione e di una sconfitta per lei cortissime.
È il 1847, raccolta una banda armata che avrebbe invaso l’isola di Ponza per sbarcare poi nella provincia di Principato Citeriore, il Comitato contava di veder insorgere in una sorta di effetto domino, Firenze, Roma, Napoli. In una quarantina sono sul piroscafo Cagliari in servizio tra Genova e Tunisi, al posto della mercanzia casse cole di armi, il cuore carico d’ansia fino all’approdo a Ponza nel pomeriggio del 27 giugno sotto un caldo canicolare che costringe i tranquilli isolani nella frescura delle loro case. L’azione è rapida ed efficace contro la guarnigione portuale, la Torre, gli uffici comunali e poi l’apertura dei cancelli del carcere in cui languivano circa 2.000 condannati che dilagarono per l’isola in azioni spesso sconsiderate o in violenze gratuite. Se gli isolan erano rimasti annichiliti dagli episodi di quella giornata, quell’esplosione di anarchia li ritrasse ancor più nel proprio piccolo alveo rassicurante da cui spiarono gli incendi, i comizi dell’oratoria concitata, alcune bestialità.
Pochi i detenuti che seguirono Pisacane verso Sapri, il vero epicentro della sua missione. La perla del Golfo di Policastro è ancora oggi discosta regina dell’incuria della modernità, quella sera del 28 settembre dovuto impinguare le fila dei seguaci di Carlo di almeno mille patrioti armati provenienti dal Comitato partenopeo, ma sentì solo le grida dei suoi fedelissimi inneggiare alla Repubblica in marcia verso il comune di Torraca, peraltro in festa per il suo San Pietro.
Poi a Padula, a Sanza, dove ingaggiò scontri e duelli contro le truppe del Governo napoletano, due battaglioni di Cacciatori inviati per sedare quell’incendio. Che non divampò mai perché i primi a ritirarsi da quel tumultuoso e improvviso incitamento alla rivolta e alla libertà erano proprio gli abitanti dei vari paesi del Cilento, pronti anzi, anche con armi approssimative, a dar man forte il 2 luglio ai militari, in un sanguinoso combattimento finale in cui Carlo Pisacane non fu tra i primi 29 arrestati, ma tra i primi caduti tra le spighe, l’erba e gli alberi di quell’incanto estivo.
Aveva avuto ragione Enrichetta: il popolo meridionale di quelle isole e terre profonde e incantate non era pronto per un proditorio riscatto. Aveva preferito il retaggio di un atavico quotidiano, ad un’avventura improbabile in compagnia di sedicenti alleati che, brandendo il tricolore, urlavano proclami incendiando più i beni e le cose che i loro cuori.
I due eroi di quella straordinaria storia d’amore e di miseria, di ardore come la lealtà, sconfitti, finirono nelle pagine scandalistiche dei giornali del tempo, la piccola Silvia crescerà sotto l’ala protettrice di Luigi Marcantini autore della celeberrima Spigolatrice di quella Sapri dove, quei trecento giovani e forti, i sette condannati a morte furono tutti graziati, beffa crudele, della cinica astuzia di Re Ferdinando.

lunedì 20 agosto 2012

TRATTATO DI SCHENGEN

26 marzo 1996
Entra in funzione il Trattato di Schengen.
Ventotto Paesi dell’area europea vi aderiscono procedendo ad una riduzione dei controlli per le frontiere interne fra membri aderenti, ma allo steso tempo ad un rafforzamento di quelli esterni all’area. L’accordo prevede inoltre una maggiore collaborazione tra le polizie e una lotta congiunta alla criminalità organizzata.

TRATTATO DI POTSDAM

Prussia in origine questo termine indicava il territorio dell’Europa centrale in cui viveva una popolazione balcanica, i Borussi o Prussiani.
Nel XII secolo essi vennero sottomessi dai cavalieri teutonici, che imposero il cristianesimo e fondarono la propria capitale a Mareborg (oggi Malbork). Alla metà del XV secolo vennero sconfitti dalla Polonia, che si annesse la Prussia occidentale; quella orientale rimase ai cavalieri teutonici fino al 1525, quando Alberto di Hohenzollern rafforzò il Paese e ottenne dall’imperatore d’Austria Leopoldo I, nel 1701, la dignità reale: Federico I assunse quindi il titolo di re di Prussia. Il periodo di decadenza che ne seguì ebbe il suo culmine nella sconfitta subita da parte dell’armata di Napoleone nel 1806; con la pace di Tilsit il territorio della Prussia venne smembrato. Ma la guerra di liberazione successiva (1813-1815), la Prussia entrò a far parte delle potenze europee.
La fine. Sconfitta durante la Prima guerra mondiale, divenne la regione principale della repubblica di Weimar, e al suo interno dilagò il nazismo.
Cessò di esistere di fatto nel 1934, cancellata dai nazisti; dopo la sconfitta del Reich, il suo territorio fu smembrato con il trattato di Potsdam del 1945. metà della parte orientale andò alla Russia e il rimanente alla Polonia e, soprattutto costituì fino al 1990 la Ddr (Repubblica democratica tedesca). Nel 1947, gli alleati ne sancirono la scomparsa.

CONCORDATO

Trattato che la chiesa cattolica stipula con uno stato per regolare le attività ecclesiastiche nell'ambito del proprio territorio. In caso di cambiamento di regime politico, è soggetto a revoca, come accadde con il concordato che aveva ristabilito i rapporti tra la Santa Sede e la Francia dopo la Rivoluzione francese, denunciato da Parigi al momento della separazione tra chiesa e stato nel 1905. Tra i concordati più importanti si ricordano i patti lateranensi (1929), stipulati con l'Italia, che sancirono la nascita dello stato indipendente della Città del Vaticano, riformulati con un nuovo accordo nel 1984.

TRATTATO DI LISBONA

Convegno a Venezia

Unione Europea: il trattato di Lisbona per uscire dall’impasse
Giovanni Tarlindano, avvocato veneziano, ci ha messo passione. E anche di più: la volontà di “spiegare” la forza dell’Europa Unita, l’importanza che sempre più, nel futuro, questo organismo può avere a livello sovranazionale per ridare vigore al vecchio Continente. E lo ha fatto ieri mattina, a Venezia, nell’Auditorium di Santa Margherita, dove è stato presentato, davanti a molti studenti liceali e universitari, il volume “Il Trattato di Lisbona”, scritto in collaborazione con Gabriella Cerchier, edita dall’Eurosportello del Veneto e che verrà distribuito gratuitamente a chi ne farà richiesta. All’incontro organizzato da Antenne Europa Direct del Comune di Venezia, Ca’ Foscari e Centro documentazione europea, hanno partecipato Matteo Fornara per la Rappresentanza italiana della Ue, docenti e operatori della pubblica amministrazione, degli enti locali e delle istituzioni come la Guardia di Finanza.
Ed è toccato al sindaco Massimo Cacciari fare il punto della situazione: «Sull’Europa – ha detto rivolgendosi agli studenti – si giocherà il vostro destino ed è per questo che è necessario che voi seguiate da protagonisti e non da spettatori i processi di cambiamento in atto che determineranno la vostra vita». Analogamente l’assessore veneziano alle Politiche comunitarie, Luana Zanella ha riconosciuto la necessità di un “cambiamento culturale” che costruisca compiutamente la nuova figura del cittadino europeo. Ma la parte da leone l’ha fatta proprio Tarlindano che ha illustrato la metodologia e i criteri alla base del volume del Trattato di Lisbona, una vera “svolta” per la politica comunitaria e le relazioni tra i ventisette Stati della Ue. «Il libro propone una ricostruzione complessiva di un documento che ha sostanzialmente rilanciato l’Europa – ha detto –  È stato un lavoro complicato, ma anche particolarmente interessante. Sono emerse le linee di programmazione futura, con alcune incongruenze che nel libro cerchiamo di sottolineare». Secondo Tarlindano in questi mesi si sono compiuti passi da giganti in Europa. «Il nostro obbiettivo – aggiunge l’avvocato veneziano – è quello di “seminare” una nuova coscienza europea e far fronte alle sfide che coinvolgono il nostro Continente. Ma manca, purtroppo, una certa sensibilità al riguardo; manca ancora – si sta creando – una “coscienza europea” che può solo aiutare a diffondere un messaggio comune». E proprio, grazie al libro, Tarlindano, vero e proprio “messaggero” dell’Unione Europea, spera che le istituzioni, gli enti locali, le organizzazioni dei lavoratori, gli ordini professionali e le scuole possano compiere un percorso di maggiore conoscenza delle istituzioni, gli enti locali, le organizzazioni europee con un ruolo da protagonisti. Per informazioni sul libro “Il Trattato di Lisbona” si può scrivere a europa@eurosportelloveneto.it oppure consultare il sito www.eurosportelloveneto.it.       

Dopo il “no” irlandese del 12 giugno scorso al Trattato di Lisbona, il Consiglio europeo ha stabilito di rinviare la decisione al prossimo 15 ottobre, in quanto per la ratifica è necessaria l’unanimità dei Paesi aderenti. Quali le cause di tale dissenso? Alcuni pensano che la principale sia proprio la scarsa conoscenza dei contenuti del Trattato. Cerchiamo di visionarlo più da vicino.
  • Presidente Ue. Viene istituita la figura del Presidente dei 27 Stati membri con carica due anni e mezzo. Esso rappresenterà l’Unione nelle sedi internazionali e prepara i vertici.
  • Parlamento europeo più forte. Eletto direttamente dai cittadini dell’Unione, sarà dotato di nuovi importanti poteri per quanto riguarda la legislazione, il bilancio e gli accordi internazionali.
  • Voce più forte per i cittadini. Grazie alla cosiddetta “iniziativa dei cittadini” un gruppo di almeno un milione di abitanti di un erto numero di Stati membri potrà inviare la Commissione a presentare nuove proposte.
  • Esteri. Nasce la figura dell’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica della sicurezza che sarà anche il Vicepresidente della Commissione.
  • Processo decisionale. Il voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio sarà esteso a nuovi ambiti politici per accelerare il processo decisionale. A partire dal 2014, il calcolo della maggioranza qualificata si baserà sulla doppia maggioranza degli Stati membri e della popolazione, in modo da rappresentare la doppia legittimità dell’Unione. La doppia maggioranza è raggiunta quando una decisione è approvata da almeno il 55% degli Stati membri che rappresentino non meno del 65% della popolazione dell’Unione.
  • Solidarietà tra gli Stati membri. Il Trattato di Lisbona che dispone che l’Unione e gli Stati membri siano tenuti ad agire congiuntamente in uno spirito di solidarietà se un Paese dell’Unione è oggetto di attacco terroristico o vittima di calamità naturale o provocata dall’uomo. Pone inoltre l’accento sulla solidarietà nel settore energetico.
Recesso dall’Unione. Per la prima volta si riconosce agli gli Stati membri la possibilità di recedere dall’Unione.

TRATTATO Ue

Verso l’approvazione del trattato Ue
Ma l’Europa dov’è?
Si chiedono in tanti
I cittadini europei sono perplessi e dimostrano una certa indifferenza in relazione a tale importantissimo documento. Abbiamo indagato su tale stato d’animo della gente a Bruxelles, dove è la sede del Parlamento. Ecco i risultati.
L’approvazione del nuovo progetto di Trattato dell’Unione europea potrebbe essere vicina: il vertice si svolgerà il 18 e 19 ottobre a Lisbona e riunirà i capi di Stato e di Governo dell’Unione dovrebbe poter disporre il testo definitivo elaborato dalla Conferenza intergovernativa (Cig) e procedere la sua votazione. Se così fosse, potrebbe partire in tempi brevi il processo di ratifica da parte dei 27 paesi membri, condizione essenziale perché il nuovo possa entrare in vigore per il 2009, anno delle prossime elezioni europee.
Il progetto attualmente in discussione è il frutto della revisione del Trattato costituzionale europeo, ratificato da 18 paesi, tra cui l’Italia, nel 2005 e bloccato dal risultato negativo dei referendum di Olanda e Francia. Esso dovrebbe ricalcare gli orientamenti definiti dal Consiglio europeo del 21 giugno scorso, dopo tre giorni di discussioni serrate e di mediazioni diplomatiche che per far fronte alle forzature di alcuni paesi che, pur stando dentro, di Europa non vogliono sentire parlare. Ma cosa ne penano i cittadini? I pareri, evidentemente discordi, sono tuttavia accomunati da un sentimento misto di incomprensione che a volte sfocia in indifferenza. Abbiamo indagato su questo stato d’animo partendo proprio da Bruxelles e più precisamente dall’edicola-libreria situata in pieno quartiere europeo, a meno di cento metri dall’ingresso del parlamento.
«Mi sento europea perché sono figlia di emigrati – racconta Francine Czvetko, settant’anni passati, proprietaria della Librairie de France che gestisce insieme al figlio da oltre diciotto anni -. Mio padre, ungherese e mia madre olandese, sono venuti a lavorare in Belgio ed io sono il frutto di queste radici multiple. Vivendo qui, mi sono trovata faccia a faccia con tradizioni anche molto diverse, accomunate però da alcuni valori imprescindibili, come la pace e il rispetto dei diritti umani». 
A chiederle quali siano state le reazioni dei suoi clienti all’indomani della notizia dell’accordo, risponde: «Veramente non ci sono stati grandi cambiamenti. Qui entrano persone di tutti i tipi: dallo studente al commerciante, dall’impiegato della pubblica amministrazione al funzionario europeo. Credo che questi ultimi in particolare siano sempre meno entusiasti, anche se non sono i soli. Manca la convinzione di prima e, intanto, di Europa politica non c’è traccia. Personalmente io ci ho creduto, però poi mi guardo intorno e vedo le diseguaglianze che crescono invece di diminuire, anche all’interno di uno stesso paese, e allora mi chiedo: ma l’Europa dov’è?». 
Il progetto di Trattato di riforma,  mini-trattato o trattato semplificato, non dà fiducia a chi, come la signora Czevetko, sperava in un miglioramento degli obiettivi dell’Unione. «La differenza è già nel titolo – si inserisce un cliente sulla cinquantina che chiede di restare anonimo-. L’aggettivo “costituzionale”, contenuto nella versione precedente, è stato tolto e ciò è veramente triste, perché modifica il fine che un tale testo, avrebbe potuto avere. L’intento della Costituzione (si riferisce al trattato costituzionale firmato dai capi di Stato er di Governo a Roma il 29 ottobre 2004, sicuramente perfettibile in molte sue parti, era di creare un testo al di sopra dei precedenti, mentre quello che viene oggi discusso altro non è che una lista di emendamenti».
Il  nuovo progetto di trattato, inoltre, rischia di scontentare un gran numero di cittadini: «L’hanno chiamato Trattato semplificato – sorride un altro cliente – ma la sua lettura comporta uno sforzo tale da dissuadere anche il lettore più tenace».
«Potrà sembrare una banalità – continua la signora Czvetko – ma anche la perdita della bandiera con le dodici stelle e dell’inno europeo (l’Inno alla gioia della 9° sinfonia di Beethoven, rappresentano una delusione per molti». E non a tutti i torti: la richiesta di eliminare il riferimento ai simboli europei, compresa la frase «la moneta dell’Europa è l’euro», è stata vissuta come uno scacco. Scelte che, a parere di molti, contribuiscono ad alimentare il distacco esistente.
Le rivendicazioni dei singoli Stati hanno inferto più seri danni al testo, che non gli aspetti simbolici: la vicenda occorsa alla Carta dei diritti fondamentali ne è un esempio. Il documento, ispirato alle costituzioni nazionali esistenti e alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu) è stato firmato a Nizza il 7 dicembre 2000 dai presidenti della Commissione europea, del Consiglio e del Parlamento, ma non è mai entrato nel corpus dei trattati. La decisione di inserire la Carta del titolo II del Trattato costituzionale sembrava aver riabilitato questo documento, restituendo visibilità ai diritti civili, politici, economici e sociali dei cittadini europei. Con il Trattato semplificato, di contro, la Carta dei diritti sarà nuovamente privata dalla sua forma in extenso: sarà giuridicamente vincolante nei ricorsi alla Corte di Giustizia europea, ma non avrà effetti sulle legislazioni nazionali.  
L’Unione europea, dunque, ma a quali condizioni? «In cambio di uno sforzo legislativo che dia forma all’identità europea che già esiste e che ci differenzia dalle altre civiltà presenti nel mondo – afferma un funzionario belga incuriosito dal nostro parlare – perché gli uomini sono tutti uguali ma ci sono dei valori che ci accomunano in quanto europei: la democrazia, per esempio, e il rispetto dei diritti umani, sono caratteristiche che devono emergere nella costruzione di un’Europa forte».
 «L’Europa politica non avrà grandi speranze fintanto che il potere sarà quasi esclusivamente nelle mani del Consiglio piuttosto che in quelle del Parlamento, un’assemblea di uomini e donne votati dai cittadini e che a loro debbono rispondere – aggiunge Nathalie M., funzionaria parlamentare -. L’Unione è importantissima per l’equilibrio tra le potenze e la creazione di un mondo multi popolare, ma per fare questo deve rafforzarsi, trovare una forma coesa e il progetto di Trattato semplificato da solo non basta». Alle spalle della Librairie de France, a meno di un chilometro di distanza, l’atmosfera cambia radicalmente: ci troviamo nel cosiddetto Matonge, dal nome del quartiere di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Gli abitanti e i commercianti della zona sono stranieri o belgi di origine congolese e ruandese, arrivato ormai alla terza generazione. Per loro l’Europa è stato un passaggio obbligato verso una condizione di maggiore libertà e serenità economica. In molti tuttavia, criticano la gestione delle frontiere e la negazione del diritto d’asilo che vige in tanti Stati. «La gran parte delle procedure d’asilo o di regolarizzazione avviate da cittadini centro-africani in Belgio, si conclude con un rifiuto immotivato da parte delle autorità preposte – protesta un volontario di un’associazione di quartiere – e il Belgio non è tanto diverso da altri Stati. Se potessi scegliere, in un progetto di trattato costituzionale ci metterei il diritto alla cittadinanza europea per tutti e alla solidarietà».  
Sembra che l’idea comune in Europa stia lasciando sempre più spazio agli interessi nazionali. È questo si avverte a Bruxelles, cuore politico del progetto. 
Cosa cambia e cosa resta uguale
Il nuovo Trattato europeo che dovrebbe vedere la luce emenda, piuttosto che sostituire, i precedenti trattai di Maasrtricht sull’Unione europea e quello di Roma.
Tra le principali modifiche:
1.     scompare il riferimento alla Costituzione.
2.     scompare il riferimento ai simboli europei: la bandiera con le dodici stelle, l’inno europeo, il motto L’unione della diversità, la menzione la moneta dell’Europa e l’euro.
3.     viene modificata la parte III del Trattato costituzionale sul funzionamento delle Istituzioni e delle politiche che tornano al loro posto nei rispettivi trattai.
4.     la prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale non è riaffermata esplicitamente.
5.     la Carta dei Diritti fondamentali, che costituiva il Titolo II del Trattato costituzionale figurerà solo come riferimento, sarà vincolante a livello giuridico, ma l’Inghilterra ne sarà esclusa.
6.     le nuove regole previste per il voto al Consiglio restano quelle del Trattato costituzionale (55% degli Stati, 65% della popolazione rappresentata) ma la loro applicazione slitta al 2017.
7.     viene soppressa la funzione di ministro degli esteri europeo, che si chiamerà Alto rappresentante della Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza.
8.     viene rafforzato il ruolo dei Parlamenti nazionali.
Vengono sostanzialmente mantenuti:
1.     la rotazione ogni due anni e mezzo per la presidenza dell’Unione.
2.     l’estensione delle politiche votate a maggioranza qualificata.
3.     la personalità giuridica dell’Unione, con la fusione dei tre pilastri (comunitario, politica estera e sicurezza comune, cooperazione giudiziarie e di polizia) fin qui distinti dal metodo di voto utilizzato.
4.     il diritto di iniziativa cittadina che permetterà a un milione di cittadini di invitare la Commissione ad esaminare una proposta.

TRATTATO DI ROMA

Quando 493 milioni di persone si mettono in testa una cosa, tutto può accadere.
25 marzo 50° anniversario dei trattati di Roma
nel 1957 erano in pochi a crederci ma l’Europa oggi è diventata una forza trainante del mondo moderno. Un patrimonio morale, fondato sui valori di dignità umana, uguaglianza e solidarietà, che è sempre più un punto di riferimento per tutti i Paesi in cerca di pace e libertà. Essere europei vuol dire fare parte di un pezzo di storia, che oggi compie 50 anni.
Infatti, è esattamente da allora che abbiamo perso la nostra pace e la nostra libertà.

domenica 19 agosto 2012

STORIA DELLA PASTA

Dal ferretto alla trafila
Piccola storia degli strumenti del maccheronaro
Era un lavoro lungo e faticoso quello dell'impasto, un lavoro da uomini dalle gambe solide e forti: il composto di acqua e farina si impastava nella "martora", una sorta di largo pianale dai bordi rialzati, dove gli operai, a turno reggendosi in equilibrio con le mani ad una funicella, pestavano e rimenavano l'impasto con i piedi nudi, in un lavoro durissimo, come un cammino massacrante che si prolungava dalle due alle tre ore: l'impasto dimenato con l'acqua fredda, per rallentare l'azione del glutine, veniva poi passato sul "Laganuro", chiamato nel Sud lo "Schianaturo" dove le donne ripetevano presso il mugnaio il paziente lavoro casalingo di confezionamento della pasta. Dovettero passare molti secoli - e siamo già nel sedicesimo secolo - prima che qualcuno inventasse la granola a stanga: una sorta di grossa stanga a sezione triangolare, assicurata ad un perno, sotto la quale veniva mosso il grosso impasto e sul limitare della quale sedeva saltellando un operaio: la fatica si era spostata alle gambe alla schiena, ma il nuovo sistema consentiva di aumentare il quantitativo d'impasto.
Quasi contemporanea fu l'invenzione dell'"ingegno da maccaruni": un grosso torchio attraverso il quale far passare l'impasto e ottenere così i primi maccheroni, quelli che oggi noi chiamiamo bucatini e fusilli, dal foro perfettamente centrato nello spessore della pasta.
Il salto di qualità nell'attrezzatura consentì di impastare la farina con l'acqua calda. Ma allora la gramolatura doveva essere velocissima per impedire all'impasto di fermentare: ecco che la fatica dell'uomo con le macchine non diminuisce, ma semplicemente si sposta verso una maggiore produzione sollecitata da una sempre maggiore richiesta.
Ora i maccheroni assumono un posto di rilievo nella struttura economica del paese, si riuniscono in Confederazioni stilando i propri statuti.
Durante i secoli sedicesimo e diciassettesimo le Confederazioni sono presenti praticamente  in tutto il paese, e per essere iscritti all'Arte dei maccheroni bisognava aver fatto un lungo tirocinio presso altri pastai e dimostrare di possedere gramola e "ingegno"; in pratica, di possedere già una piccola industria ben avviata.
Gramola e ingegno, tuttavia, non erano i soli attrezzi di cui doveva dotarsi il maccheronaio: in un antico manoscritto leggiamo quel'era l'attrezzatura completa di una bottega della costa sorrentina durante il secolo diciassettesimo: "1 torchio con tutti i finimenti e stanghe; 1 mortaio (cilindro) in metallo e per detto torchio; 7 stampe (trafile) diverse; 1 caldara per bollire l'acqua; 1 frullone; 1 gramola; 1 tornello per il torchio; 1 statera (bilancia) grossa; crivelli (per cernere le semola e la farina); 1 pacchetto per il fabbrinaro; 1 tavolone di albuccio; 1 credenza; 1 cascione per mettervi il grano; 1 banco con quattro piedi; 1 pala di ferro per il grano; 2 bettine di terracotta per olio; 4 filanghe; 1 tinozza, 1 mestolo per il sale; 1 scala per appendere le canne; 1 staccio; 2 schianatore, 1 coltello per tagliare li maccheroni, 1 stendarello; 150 canne da stendere; 40 scanni grandi e piccoli".
E poco cambiava, a parte la terminologia, anche nelle altre botteghe lungo tutto lo stivale.
Con l'arrivo della trafila i formati si moltiplicano a dismisura: nel Regno di Napoli, durante il Seicento, le fabbriche della costa sorrentina e amalfitana producono più di seicento formati di pasta e alla metà del Settecento l'attrezzatura per l'intera lavorazione dell'arte bianca ha raggiunto ottimi livelli. Accanto a questi industriali della pasta ante litteram, per molto tempo seguitarono a lavorare gli antichi mugnai, affidati al lavoro delle donne alla cui fantasia nell'elaborazione dei formati dovettero ispirarsi i nuovi pastificatori.
I piccoli attrezzi casalinghi
che cosa avrà mai usato la libertà del poeta Orazio che nel primo secolo avanti Cristo preparava le famose lagane da cucinare con i ceci? Certamente qualcosa che assomigliava ad un moderno mattarello. C'è addirittura chi ha voluto vederne un esemplare ben raffigurato in una tomba etrusca a Cerveteri; Laganatura lo hanno chiamato dal Medioevo in poi e tutt'ora lo chiamano nel Sud. Poi lo hanno chiamato mattarello, la cui voce deriva da màttero che era, già durante il tredicesimo secolo, un randello di legno.
Molti degli attrezzi per la pasta casalinga sono oggi quasi scomparsi. Chi si ricorda oggi dell'antica "chitarra" per fare i tonnarelli, altrimenti detti "maccheroni alla chitarra", qualcuno nei paesi D'Abruzzo ancora lo usa, i fili tesi sul telaio di legno di faggio, possono essere più o meno vicini; più ravvicinati si fanno i "maccheroni tutt'ova", sottili come i capelli d'angelo; con i fili distanziati si preparano i "maccheroni mezz'ovo", di sezione più grossa.
Questo speciale attrezzo era un tempo costruito da abili operai sei piccoli centri di Secinoro e Pretoro, nelle province di L'Aquila e di Chieti.
Di origini molto più antiche c'era un tempo il "ferro da maccheroni"; qualcuno ancora lo adopera nei paesi del pescarese e dell'aquilano, lo chiamano "lu rentrocelo" e invece che confezionato con il ferro, è un grosso e corto mattarello seghettato costruito con legno molto duro.
E' sufficiente passarlo premendo con forza sulla sfoglia fresca per ricavarne delle tagliatelle più o meno grosse. Questo stesso strumento è usato in Puglia, dove lo chiamano "torcolo" ma anche troccolo, proprio come la pasta.
Sempre in Puglia, per confezionare orecchiette e cavatelli, ancora oggi si usa un particolare coltello senza manico e dalla punta arrotondata, chiamato "sferre". Le donne della Bari vecchia, che aprono sulla strada ogni mattina la loro piccola officina per preparare la pasta per i clienti, lo usano con particolare abilità e sveltezza. Tutta la pasta fatta in casa veniva fatta asciugare su uno speciale graticcio. Il tocinum sanitatis, piccolo manualetto medioevale ci illustra questo sistema casalingo di asciugatura della pasta dal formato lungo.
Oggi, di dimensioni più ristrette, se ne trova in commercio un tipi in legno sul quale far asciugare, per chi ancora si dedica a questo lavoro, le tagliatelle della domenica.
L'antico maccherone bucato si preparava invece arrotolando un piccolo pezzetto di impasto su una robusta cannuccia di ampelodesmo.
La tecnologia di preparazione non è cambiata da decine di secoli, solo la cannuccia è stata sostituita con uno speciale ferretto. La pasta che se ne ricava assomiglia ad un fuso delle filatrici; ecco perché i maccheronari della costa sorrentina e amalfitana li chiamarono fusilli.
Doveva essere la vigilia di una festa importante, quella in cui in cucina si apriva la madia della farina e si tirava fuori dal cassetto degli utensili il ferretto per preparare la pasta. Di solito si usava un ferro da calza, di quelli senza la testina che le nostre nonne adoperavano, quattro alla volta, per confezionare, appunto, le calze. Il fatto di non avere la testina, faceva scivolare meglio l'impasto lungo il ferro sulla spianatoia.
Ma c'era anche chi usava un ferretto tolto da un vecchio ombrello e questo, a sezione quadrata, permetteva di ottenere un risultato migliore.
Nei paesi del Sud, fino a qualche decennio fa, ogni famiglia conservava un paio di questi ferretti e normalmente si facevano forgiare dal fabbro del villaggio.
Torte e tortelli
Oggi non hanno più le fantasiose forme dei loro antenati di tanti secoli fa: per confezionarli usiamo asettici stampini di alluminio per l'involucro di pasta di forma tonda, o una spronella dentata per quella quadrata.
Le nostre nonne avevano come misura, i bicchierini da rosolio o da liquore, la bocca dei quali era di diversa misura consentendo alle più brave di confezionare tortellini di misura davvero minuscola.
Per i grossi e rustici ravioli, i rebbi di una forchetta saranno sufficienti oggi per sigillare il bordo in maniera che il ripieno non fuoriesca durante la cottura.
Oggi alla manualità si è sostituita la macchina alla quale gli stilisti alla moda hanno commissionato particolari formati e disegni e lei, infaticabile e attiva, come un bel irreggimentato militare, setaccia, mescola, impasta, lavora e poi, con velocità e precisione, alla fine rovescia sui vassoi di legno tante piccole e perfette sculture: ruote, rotelle, radiatori, conchiglie, giglietti e chi più ne ha più ne mette, perchè lei, instancabile e precisa va orgogliosa del suo lavoro che porterà in giro per il mondo un prodotto dall'inequivocabile marchio del "made in Italy".
Pasta fresca e secca:
ce n’è per tutti i gusti
in commercio ce ne sono diversi tipi per rispondere alle esigenze del consumatore dal punto di vista nutrizionale. È c’è la pasta per chi ha fretta: e già condita pronta all’uso.
Spaghetti, rigatoni, penne, farfalle e tanti altri formati sono disponibili il commercio per soddisfare i gusti di tutti; ma oggi non è solo sul formato che l’industria e l’artigianato del settore puntano per aumentare il successo del prodotto ”pasta”: puntano anche su un processo di diversificazione basato su una qualità che risponda a tutte le esigenze di un consumatore attento oltre che alle qualità organolettiche, a quelle nutrizionali e di praticità dell’uso.
Su tale base, in questi ultimi tempi, sono comparse sul mercato paste dalle particolari caratteristiche dietetiche  e paste fresche preparate e confezionate in modo da fornire al consumatore servizi aggiuntivi quali la rapidità di preparazione ed il prolungamento della conservabilità.
Pasta e benessere
È finito il tempo in cui la pasta doveva essere preparata unicamente con semola di grano duro. Oggi la pasta in commercio offre qualcosa di nuovo con l’impiego di ingredienti che consentono di abbinare alle ben conosciute caratteristiche qualitative della pasta italiana altri elementi di tipo salutistico. A tal riguardo, insieme con la semola, sono stati impiegati altri tipi di sfarinati vegetali che permettono di garantire un prolungamento delle prerogative nutrizionali, come cereali, legumi e grano saraceno che, al contrario di quello che potrebbe far pensare il suo nome, non appartiene alla famiglia dei cereali. Esempi, non esaustivi, di paste con questa connotazione nutrizionale sono la pasta ai 5 cereali, la pasta farro e lenticchie e la pasta orzo e grano saraceno.
Pasta ai 5 cereali
Questo tipo di pasta impiega, insieme alla semola di grano duro, sfarinati di avena, orzo, farro e segale, con indubbi vantaggi sull’apporto nutrizionale ed organolettico. La farina di avena è caratterizzata da un elevato contenuto in fibra solubile, che sembra capace di attuare una serie di funzioni promotrici alla salute, quali: ridurre il livello di colesterolo totale ed Ldl (colesterolo cattivo), noti fattori di rischio per le malattie cardiovascolari; controllare le risposte glicemiche post-prandiali (dopo pasto) in conseguenza della capacità di rallentare il tempo di digestione e del basso indice glicemico, aiutando l’organismo a prevenire il diabete e l’obesità: gestire meglio la linea, in conseguenza del senso di maggiore sazietà: migliorare le funzioni gastrointestinali. Inoltre nella farina di avena sono abbondanti gli acidi grassi essenziali acido oleico e linoleico ed è buono l’apporto di vitamina B1,B2, PP, D, carotene e sali minerali, quali ferro e potassio.
L’aggiunta della farina di segale ha invece un suo ruolo sulle caratteristiche organolettiche in quanto conferisce alla pasta un colore più scuro ed un sapore più acidulo, tipico di questo cereale. Due parole in più le merita il farro, cereale riscoperto solo in questi ultimi tempi. Si tratta di uno dei più antichi cereali coltivati dall’uomo che, ai tempi degli antichi Romani, costituiva la base della loro dieta.
Dal punto di vista nutrizionale la prerogativa del farro è legato ad alcuni componenti, quali i Sali minerali, i tocoferoli e la fibra alimentare. Tutti i prodotti ottenuti con la farina di farro risultano particolarmente saporiti, di aroma forte e caratteristico.
Pasta farro e lenticchie
L’integrazione tra proteine del frumento e quella delle leguminose è la motivazione base della produzione di pasta farro e lenticchie. Il farro e le lenticchie, uniti al grano duro, danno un prodotto di elevata qualità nutrizionale. Il connubio frumento – lenticchie ripropone in sostanza i ben noti vantaggi nutrizionali di un piatto di pasta e fagioli o pasta e ceci. Ciò permette di avere un mix di proteine tale da garantire il fabbisogno di tutti gli aminoacidi essenziali di cui l’organismo umano necessita, ma che non è capace di sintetizzare e quindi deve apportare con l’ingestione di alimenti proteici.
Pasta orzo e grano saraceno
In questo tipo di pasta il significato dell’aggiunta dell’orzo è legato in particolare all’apporto di fibra che conferisce al prodotto la prerogativa di ridurre l’incidenza delle patologie cardiovascolari. Inoltre, l’impiego del grano saraceno, vegetale giù usato nella produzione di una pasta tipica della Valtellina denominata “pizzoccheri”, contribuisce ad aumentare il ruolo di alimento con il significato di promotore della salute. La composizione chimica del grano saraceno infatti è paragonabile a quella dei cereali ed è caratterizzata da un alto contenuto di carboidrati ed un buon contenuto di proteine di qualità biologica.
Le proteine del grano saraceno, rispetto ad altri alimenti, sono caratterizzate da un elevato contenuto in lisina con un conseguente valore biologico.
Ma è soprattutto l’assenza del glutine a conferire particolari proprietà di salubrità al grano saraceno, che ha già   un buon contenuto di fibra. L’altro aspetto qualificante è il tipo di amido presente nel grano saraceno, un amido che ha una maggiore presenza di amilosio (amido lineare) rispetto ai cereali.
Questa prerogativa è importante dal punto di vista nutrizionale soprattutto per i pazienti diabetici in quanto viene trasformato in zuccheri semplici più lentamente degli amidi ramificati, rallentando la formazione del picco glicemico e quindi collaborando a prevenire il diabete. 
La pasta: alimento principe della dieta mediterranea, presente oggi qualità nutrizionali ancora elevate.
Pasta senza glutine
La formulazione di pane e pasta senza glutine, gli unici adatti per i celiaci, a partire da cereali che ne sono naturalmente privi, rappresenta una vera e propria sfida tecnologica. Il glutine  è infatti il componente del frumento conferisce elasticità e tenacità agli impasti, garantendo una tenuta alla cottura e la consistenza durante la masticazione. Nel caso della produzione di pasta senza glutine si debbono impiegare ingredienti alternativi al frumento in grado di conferire al prodotto finale le stesse caratteristiche organolettiche e nutrizionali dell’analogo prodotto con glutine da frumento. I cereali di base più utilizzati nelle paste prive di glutine in commercio, che garantiscono una qualità simile alla pasta di frumento, sono il riso ed il mais sotto forma di farine e/o di amidi. Anche i legumi sotto forma di isolati di soia, lupino e piselli vengono impiegati nella formulazione delle paste per celiaci al fine di sopperire allo scarso contenuto proteico degli altri ingredienti utilizzati.
La pasta fresca
Anche nel campo delle paste fresche numerose sono le innovazioni che l’industria ha prodotto per superare il limite del breve periodo di conservazione di questo prodotto per l’elevato contenuto di acqua.
Oggi esistono in commercio paste fresche che, in conseguenza delle tecnologie innovative applicate, si conservano più a lungo.
Le paste alimentari fresche, poste in vendita allo stato sfuso, devono essere conservate, in ogni passaggio a temperatura non superiore a +4°C, con tolleranza di 3°C durante il trasporto e di 2°C negli altri casi; durante il trasporto dal luogo di produzione al punto di vendita devono essere contenute in imballaggi, che assicurino un’adeguata protezione dagli agenti esterni e che rechino la dicitura “paste fresche da vendersi sfuse”.
Il periodo di commercializzazione non deve superare i cinque giorni dalla data di produzione preferibilmente da uno a tre giorni.
Accanto a questo tipo di pasta fresca al fine di garantire un maggio periodo d conservazione, è in vendita un tipo di prodotto preconfezionato dopo essere stato sottoposto al trattamento termico equivalente almeno alla pastorizzazione, e conservato dalla produzione alla vendita a temperatura non superiore a +4°C, con una tolleranza di 2°C.
Negli ultimi anni, infine le industrie alimentari hanno proposto anche la pasta cotta e preparata secondo ricette tradizionali, refrigerata o surgelata in confezioni sigillate utilizzabili a breve scadenza.  
Che cos’è la celiachia
La celiachia è una malattia genetica determinata dall’assunzione di una frazione proteica del glutine, la prolammina che danneggia la mucosa intestinale determinandone l’atrofia e il conseguente generale malassorbimento degli altri nutrienti nella dieta. Frumento, segale, triticale, orzo ed avena sono, in ordine decrescente, i cereali le cui prolammine risultano tossiche agli individui con intolleranza permanente al glutine. La sola terapia oggi possibile per un soggetto celiaco è la stretta osservanza di una dieta assolutamente priva di glutine. Le farine utilizzate per la produzione di pasta priva di glutine sono quelle di riso, di grano saraceno, di soia sgrassata, di soia, di mais e di arachidi.
Digeribilità dell’amido: alimenti a confronto

Amido totale
RDS
SDS
RS
Grano saraceno
70,0
54,0
11,7
4,3
Pane (Frumento tenero)
77,0
69,0
  7,0
1,0
Pasta (Frumento duro)
78,0
33,0
42,0
4,0
Riso
78,0
74,0
2,0
1,0
Mais
98,0
70,0
11,0
17,0

RDS = Amido rapidamente digeribile – SDS = Amidi lentamente digeribile – RS Amido resistente
Butta la pasta!
Lunga corta, macro e micro. Diversi formati per differenti sapori.
Dove trovare la migliore e come cuocerla, questi segreti (+ di un grande chef)
Pici di Siena
Al dente in: 9 minuti. Perfetta: «all’aglione», un pesto d’aglio, olio, pepe e pecorino. Speciale per: la riduzione dei normali tempi di cottura da 24 a 9 minuti. Prezzo: euro 3,80 per 500 g. Produttore: Antico Pastificio Toscano Morelli, www.pastamorelli.it.
Elicoidali
Al dente in: 8-10 minuti. Perfetta con: pomodoro fresco e cacioricotta. Speciale per: essere prodotta con la farina appena macinata nel mulino dello stabilimento. Prezzo: euro 1,50 per 500 g. Produttore: Molino del Salento, www.molinosalento.it.
Paccheri
Al dente in: 16 minuti. Perfetta con: sughi di pesce. Speciale per: essere uno dei formati più tipici della Campania (in napoletano paccheri significa «schiaffoni»). Prezzo: euro 5,50 per 1 kg. Produttore: Pastificio Faella, www.pastificiofaella.com.
Penne classiche
Al dente in: 9 minuti. Perfetta con: burro e parmigiano. Speciale per: la superficie liscia che assicura uno spessore uniforme e un gusto delicato. Prezzo: euro 4 per 1 kg. Produttore: Martelli famiglia di pastai, www.famigliamartelli.it.
Chitarra classica o matassa
Al dente in: 10 minuti. Perfetta con: aglio, olio e peperoncino. Speciale per: essere prodotto con tradizionali macchinari degli inizi del ‘900. Prezzo: euro 2,40 per 500 g. Produttore: Artigiano Pastaio Cav. Giuseppe Cocco, www.pastacocco.com.
Lumaconi
Al dente in: 9 minuti. Perfetta: al forno, farciti come fossero cannelloni. Speciale per: la forma che accoglie una gran quantità di condimento. Prezzo: euro 1,10 per 500 g. Produttore: Pastificio Venturino, www.pastificioventurino.com.
Fusilli
Al dente in: 24-26 minuti. Perfetta con: acciughe, pomodorini e briciole di pane. Speciale per: essere arrotolati a mano uno a uno intorno a un apposito ferro. Prezzo: euro 5 per 500 g. Produttore: Pastificio di Nola, www.pastificiodinola.com
Trofie
Al dente in: 10 minuti. Perfetta con: il pesto o le noci. Speciale per: essere una pasta secca con il gusto delle trofie fresche. Prezzo: euro 2,50 per 500 g. Produttore: Pastai Gragnanesi Società Cooperativa, www.pastaigragnanesi.it.
Pappardelle di S. Lorenzo
Al dente in: 12 minuti. Perfetta con: sugo di lepre. Speciale per: la lentissima essiccazione di 4 giorni e il nome (San Lorenzo è il patrono dei pastai). Prezzo: euro 10 per 500 g. Produttore: Pastificio Artigiano Fabbri, www.pastafabbri.it.

Rosmarino, anelletti, lumachine
Al dente: in 8-10 minuti. Perfetta: in brodo e nelle minestre o per piccoli timballi. Speciale per: il formato antichissimo e l’ottima tenuta della pasta. Prezzo consigliato: euro 3,50 per 1 kg. Produttore: Pastificio F.lli. Setaro, www.setaro.it.
Ruote pazze
Al dente in: 11 minuti. Perfetta con: sughi alle verdure. Speciale per: i diversi spessori della pasta, simili alla mollica e crosta del pane. Prezzo: euro 2,90 per 500 g. Produttore: Pastificio Benedetto Cavalieri, tel. 0836.484144
C’è chi sale
Il sale è quello marino pregiatissimo delle Saline Naturali di Trapani.
È compresso in pillole, ognuna già dosata per salare perfettamente un litro d’acqua: si può così cambiare pentola senza il rischio di confondersi. Si chiama Salti e si trova in confezioni da 250 g a 0,50 euro.
Per informazioni:
tel. 0923.538808 o, via web, su www.flamingosalt.it.
P.S. È bene aggiungere il sale quando già bolle l’acqua: per non rallentare l’ebollizione e per non macchiare il fondo della pentola d’acciaio.
Dov’è il trucco?
Risponde Alfonso Iaccarino, chef titolare del Don Alfonso 1890 di S. Agata Sui Due Golfi (www.donalfonso.com) .
Come sceglie la pasta?
«Amo la pasta a essiccazione naturale: ha un profumo inconfondibile, come il pane fatto con il lievito madre…».
Quali sono le regole per cuocerla?
«Acqua abbondante, coprire il recipiente per far riprendere il bollore e assaggiarla spesso, perché il concetto di pasta al dente è molto personale e soggetto a numerose variabili».
Il suo condimento preferito?
«Se mi perdessi nel deserto il mio ultimo desiderio sarebbe un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico».