Raffigurato a partire dal Rinascimento in sembianze di adolescente, al pari di eroi e dei greci celebrati per la loro bellezza, come Adone per Apollo, in realtà fu un coraggioso soldato, tribuno della prima corte dell’imperatore Massiminiano e nulla vi è nella sua vicenda terrena che suggerisca morbidezza ed equivoco – come ne Le martyre de Saint Sebastien di Gabriele D’Annunzio – ma al contrario eroismo e salda determinazione. Narra la più antica Passio che Sebastiano era nato a Milano da una famiglia cristiana e giovanissimo, nel 270, si era trasferito a Roma per entrare nella guardia pretoriana. Un’altra fonte lo dice originario di Narbona nella Gallia meridionale, ma entrambe concordano sul fatto che ben presto giungesse ai margini della carriera militare. Convertito al Cristianesimo, di nascosto ai superiori propagandava la sua fede, facendo numerosi proseliti fra le truppe e addirittura nel palazzo imperiale. Nel 304 venne scoperto e l’imperatore ordinò che fosse ucciso trafitto da frecce e così, racconta la Passio , dopo essere stato condotto sul Palatino «fu legato a un palo, e colpito da tante frecce da sembrare un riccio». Creduto morto, fu raccolto da una matrona romana, Irene, che invece lo curò e lo guarì. Sebastiano non volle fuggire da Roma come gli consigliavano gli amici, anzi decise di presentarsi davanti agli imperatori Massimiano e Diocleziano per proclamare impavido la giustezza della fede in cui credeva.
Questa volta non poté sfuggire al martirio, avvenuto per flagellazione. Il suo corpo fu gettato nella cloaca Massima, ma venne recuperato da una pia cristiana cui era apparso in sogno chiedendo di essere sepolto presso le catacombe sulla via Appia, dove si diceva fossero stati traslati da poco i corpi dei santi Pietro e Paolo, e dove sorgerà nel IV la basilica a lui dedicata. Per questo Sebastiano (il cui nome deriva dal greco sebastòs, “venerabile”) è il terzo patrono di Roma dopo i due grandi apostoli. Il 20 gennaio, sua festa liturgica, ha ispirato molti proverbi meteorologici, alludendo alla fine dell’inverno specie nel Sud d’Italia, dove si svolge anche il più celebre festeggiamento: ad Acireale, in provincia di Catania, la statua del santo patrono esce dalla splendida basilica barocca (nominata patrimonio dell’umanità) tra fuochi d’artificio e una pioggia di coriandoli colorati. I devoti, scalzi, e con un fazzoletto di seta in testa, al grido di «Cu tuttu ‘u cori,, viva sanmmastianu» conducono di corsa per la cittù, l’argentea portantina con la statua, che solo a tarda notte fa ritorno nella basilica.
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lunedì 15 ottobre 2012
SAN LUCA
Tra i quattro vangeli quello che una tradizione molto antica attribuisce a Luca è il più lungo. Ciò viene senza dubbio da quella volontà di completezza da lui stesso dichiarata nel prologo dove dice di non essere stato testimone oculare di ciò che Gesù ha fatto e detto, ma di essersi informato con cura presso coloro che lo erano stati. Il fatto che circa un terzo del materiale contenuto nel suo vangelo non si trovi in nessuno degli altri tre è da solo un buon testimone dell’ampiezza della sua ricerca su Gesù. In questo terzo proprio Luca vi sono pagine molto conosciute dal popolo cristiano, come la parabola del figliol prodigo o del buon Samaritano, e ancora di più il racconto dell’annuncio dell’angelo alla vergine Maria, della visita ad Elisabetta e gli altri eventi che hanno dato origine ai misteriosi gaudiosi del Rosario.
Nell’alto medioevo, per periodo della controversia orientale della venerazione delle icone, nacque la leggenda di Luca pittore. Ho sempre trovato molto bello questo tratto della leggenda. In realtà ciascuno degli Evangelisti ha scelto alcuni episodi, scartandone altri, e danno valore a questo o a quell’aspetto. Così leggendo il vangelo, il volto di Gesù si disegna da solo sotto i nostri occhi, se dentro di noi c’è appena un po’ di sensibilità. Non si tratta di idee, ma del fascino di una persona viva. Luca non ha conosciuto il Gesù della storia, ma lo rappresentato con non minore vivezza da chi l’aveva conosciuto di persona. Perché per lui era una persona viva, , che proprio perché viva aveva cambiato la sua vita. Questo, del cambiamento, è l’augurio che la chiesa rivolge a chi apre le pagine del vangelo.
giovedì 16 agosto 2012
SAN LINO
Quasi certamente Lino ebbe un notevole privilegio di essere il primo successore di Pietro. Addirittura San Paolo lo rammenta nella II Lettera a Timoteo, dove tra l’altro scrive: “Ti salutano Eubulo, Pudente, Lino, Claudio e tutti i fratelli”. Molti sono i dipinti e le sculture che lo raffigurano, su tutte spicca il busto di Andrea della Robbia ora nel Museo d’Arte Sacra di Volterra. Oltre ad una figura sul soffitto in legno dorato della Cattedrale, dove egli appare in vesti pontificali. Molte e incerte le date che riguardano Papa Lino: secondo una tardiva leggenda sarebbe nato a Volterra dopo il 18 d.C., da una famiglia importante quanto pagana. Pare che il padre fosse un senatore e la madre una illustre matrona. A Roma per studiare, avrebbe conosciuto nella casa del patrizio Quinto Fabio l’apostolo Pietro che lo avrebbe convertito al Cristianesimo battezzandolo nel 15 d.C.
Verso il 57 lo avrebbe nominato vescovo ausiliare e sembra che Lino abbia retto la Chiesa per almeno 11 anni: o dal 56 al 67, come ricorda il più attendibile Eusebio, dal 69 all’81.
Secondo una tradizione, Lino avrebbe predicato la fede cristiana fino in Gallia, a Besançon, dove avrebbe convertito moltissimi abitanti, rendendo inviso ai sacerdoti pagani, che, gelosi del suo successo, lo avrebbero fatto cacciare dalla città. Ritornerà a Roma per portare conforto all’apostolo Paolo in carcere per la seconda volta, per soccorrere i cristiani perseguitati da Nerone e succedere quindi a Pietro dopo la tragica crocifissione di quest’ultimo. Tra le sue ordinanze, quella alle donne di partecipare ai riti sacramentali coprendosi il capo con un velo. E veniamo all’estate del 78, quando, per esaudire le suppliche di un personaggio di spicco della curia imperiale, tal Saturnino, riuscì miracolosamente a risanargli la figlia ossessa. La conversione in massa di tutta la famiglia del console mise questi in pessima luce, tanto che Saturnino abiurò a quella fede considerata una sorta di superstizione orientale, oltre naturalmente a far processare e condannare alla decapitazione Papa Lino. Quando si decise a Volterra nel 1720 di eleggere San Lino a patrono principale, va detto che diocesi e città ebbero patroni differenti: la prima, Giusto e Clemente, la seconda, San Lino, cui, nella interminabile giornata del 23 settembre, sua festa liturgica, sono tributati grandi onori sia del Santuario Mariano che nella bellissima Cattedrale, oltre che nella chiesa sorta sulla sua casa natale, dove nel 1989 anche papa Wojtyla si inginocchiò a pregare celebrando il suo lontano predecessore.
mercoledì 15 agosto 2012
BEATO FRA CLAUDIO
Santa Lucia di Piave ha dato i natali al Beato Fra Claudio, Riccardo Granzotto. Nato nel 1900, settimo figlio di una famiglia di tessitori, fin da bambino dimostrò un’eccellente sensibilità artistica. Orfano di padre a 10 anni, per necessità dovette adattarsi a lavorare come calzolaio, falegname, manovale; militare in Albania come motorista e telegrafista, nel 1921 venne convinto a iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia dove conseguì il diploma di scultore con il massimo punteggio; si diede all’insegnamento e nel frattempo le sue opere artistiche cominciarono ad essere conosciute. Entrò in convento a Venezia nel 1933 cambiando il nome di Riccardo con quello di Claudio. Trasferitosi nel convento di Chiampo, durante il probandato costruì una magnifica Gotta di Lourdes di proporzioni identiche a quella dei Pirenei e vi pose
SANTA MARIA BERTILLA
La storia dei Santi italiani che hanno vissuto nell’epoca del frate di Pietrelcina
Santa Maria Bertilla assisteva i bisognosi come Padre Pio
Durante la Prima guerra mondiale, quando suonava l’allarme non andava nel rifugio ma restava accanto ai suoi malati
«Il Signore mi dà la forza»
Questa immaginetta raffigura santa Maria Bertilla (1888-1922), che visse all’epoca di Padre Pio e, come lui, dedicò la vita ai bisognosi. Santa Maria Bertilla fu vicina agli infermi durante la Prima guerra mondiale e a chi le chiedeva se non avesse paura rispondeva: «Il Signore mi dà la forza che la paura non la sento neppure».
Negli anni in cui Padre Pio maturava in sé l’intenso percorso spirituale, altri personaggi in odore di santità vivevano e svolgevano la loro missione pastorale in Italia seguiti da schiere di migliaia di fedeli, come poi sarebbe accaduto a lui. Tra costoro c’e santa Maria Bertilla, al secolo Anna Francesca Boscardin, che nacque un anno dopo Padre Pio, il 6 ottobre 1888, e morì di tumore, il 20 ottobre 1922, a soli 34 anni, dopo aver dedicato tutta sé stessa ai bisognosi e a diffondere tra essi la parola di Dio.
Mentre Padre Pio entrava in convento per diventare sacerdote, lei, che viveva nel Veneto, si prodigava a curare gli infermi e i feriti della Grande Guerra. Per questo fu proclamata Santa l’11 maggio 1961. per ricordare il suo cammino di Fede, così simile a quello di Padre Pio, abbiamo deciso di ripercorrere la sua storia. Eccola raccontat qui di seguito.
Anna Fratesca nacque un anno dopo Padre Pio, il 6 ottobre 1888, quando era re Umberto I di Savoia e papa Leone XIII, a Goia frazione di Brendola, un paese in provincia di Vicenza, in una povera casa di contadini, proprio come il frate francescano. La sua infanzia non fu facile. Soprattutto per colpa del padre Angelo Boscardin, un uomo che, quando era in preda all’alcol, si trasformava, insultando e picchiando la moglie Maria Teresa, e talvolta anche lei, che crebbe per questo motivo timida e impacciata. Spesso era Anna Francesca che difendeva la madre dalla violenza del padre. «Non fare del male alla mia mamma», gridava inutilmente tra i singhiozzi Annetta, come la chiamavano tutti in paese, tentando di proteggerla, lei era piccola e mingherlina. Fu proprio per scappare, almeno per qualche ora, dalle ire di quell’uomo abbruttito dal bere che un giorno sua madre la portò via. «Fuggimmo a piedi verso Vicenza e passammo la notte sotto i portici del Santuario di Monte Berico, a piangere davanti alla statua della Madonna», raccontò in seguito Annetta. «Fu proprio durante quella fuga che, pregando Maria Vergine, decisi di farmi suora». Per diventarlo, però, bisognava studiare, ma la piccola Annetta non era portata per la scuola, tanto da ripetere due volte, cosa strana a quei tempi, la prima elementare. In classe la consideravano un po’ tarda di mente e i bambini cominciarono a prenderla in giro per la sua goffaggine e a gridare, quando la vedevano in paese: «Guarda, sta passando il povero oco». Annetta abbassava la testa, rossa di vergogna, ma non osava replicare a quel soprannome che le rimase appiccicato per sempre: “Per buona parte della mia vita sono stata considerata una persona di poco valore, ignorante, e lasciata sempre all’ultimo posto, ma forse proprio per questo sono stata presecelta dal Signore”, scriveva nel suo diario. A 15 anni chiese al parroco di farla entrare in convento. «Ma tu non sai fare niente, figliola, le suore non saprebbero che farsene di te», le disse il sacerdote. Poi, impietositosi da quella ragazza timida che nella sua giovane vita era riuscita soltanto a imparare il catechismo, le domandò: «Dimmi sai almeno pelare le patate?». «Oh si, questo si, padre», gli rispose Annetta rincuorata. «Va bene, può bastare. Andrai a Venezia nel convento delle Suore Maestre di Santa Dorotea», le comunicò. Pazza di felicità, la ragazza si presentò al monastero: «Da oggi ti chiamerai Suor Maria Bertilla, il diminutivo di Berta che significa splendente», le disse ma madre superiora. Era il 1903: lo stesso anno in cui Padre Pio cominciò il noviziato come frate cappuccino.
Le fecero fare anche la sguattera
Suor Maria Bertilla iniziò così il proprio percorso monacale con un unico desiderio: vivere in santità. Andava dalla madre superiora e le diceva: «Io non sono buona a nulla. Sono un “povero oco”. Mi insegni lei come devo fare perché voglio diventare santa». Si adattò a svolgere i lavori più umili, accettò le osservazioni e le ingiustizie con il cuore sempre pronto al perdono: «Quando si è fatto il possibile, anche se riceviamo umiliazioni e rimproveri non importa», ripeteva spesso. «Noi dobbiamo fare tutto per amore di Dio». Poi, nel 1907, a 19 anni, fu trasferita all’ospedale di Treviso, proprio durante gli scioperi per le rivendicazioni sindacali e la riduzione dell’orario di lavoro contro il governo presieduto da Giovanni Giolitti che investirono pure l’ospedale veneto. Per qualche mese, le fecero fare la sguattera in cucina; dopo, liberatosi il posto da inserviente, nel reparto dei bambini affetti da patologie contagiose, senza troppa convinzione la superiora decise di affidarle questi piccoli malati. Fu una rivelazione: quella suora timida e buona a nulla mostrò una dedizione sorprendente per quei bambini, colpiti soprattutto dalla difterite, che avevano bisogno di un’assistenza continua ed erano sottoposti a interventi delicati alla gola per farli respirare meglio. Suor Maria Bertilla aveva trovato la sua strada: fare da mamma a quegli sfortunati fanciulli che, lontano da casa, non avevano che lei. Stava al loro capezzale per giorni e notti, senza dormire, infondeva coraggio ai giovani medici spaesati di fronte a tanta sofferenza e sapeva persino trovare parole di conforto per tutti, anche quei per genitori ai quali il destino e una malattia più forte delle medicine avevano portato via i figli. E quando la madre superiora le raccomandava: «Sorella, abbiate un po’ di cura di voi», suor Maria Bertilla si schermiva: «Soltanto così mi pare di servire il Signore». Una missione che proseguì per quindici anni, anche quando nel 1915, scoppiata la Prima guerra mondiale, ogni volta che suonava l’allarme dei bombardamenti, invece di precipitarsi nel rifugio restava con eroismo accanto ai suoi malati, affetti soprattutto da tubercolosi, a pregare e a scrivere sul suo diario: “In questo tempo di guerra e di terrore eccomi Signore a fare la tua volontà, sotto qualunque aspetto si presenti, di vita o di morte”.
«Non ha paura Suor Bertilla?», le domandavano. «Non state in pensiero per me. Il Signore mi dà tanta forza che la paura non la sento neppure».
Tutti apprezzavano il suo altruismo
Durante quegli anni la santità di questa umile suora si manifestò con gesti, parole, decisioni cariche di amore profondo, proprio come quelle di una mamma verso i figli. Tutti iniziarono finalmente ad apprezzare il suo spirito caritatevole e il suo altruismo.
Ma un tumore cominciò a devastare il corpo di suo Bertilla. La operarono una prima volta, però dopo qualche tempo il brutto male si ripresentò, più aggressivo che mai. E quando un giorno di ottobre del 1922, il medico che la visitò si accorse che non si reggeva più in piedi, decise di operarla d’urgenza per estirpare il cancro che aveva invaso la cavità addominale.
Era troppo tardi: a chi intorno al suo capezzale piangeva vedendola soffrire, suo Maria Bertilla sussurrava, cercando di consolarlo: «Non dovete piangere. Se vogliamo vedere Gesù, bisogna morire. Io sono contenta». Si spense il 20 ottobre 1922, a 34 anni, e chi la vestì per la sepoltura si accorse che, cucito nella tonaca, conservava il vecchio catechismo di quando era bambina. «Una Santa». Erano tanti ora a riconoscerlo, tanti ad ammettere che avevano sbagliato a giudicarla “un povero oco”.
Commosse anche papa Giovanni
Pochi anni dopo, venne avviato il processo di canonizzazione e fu suo padre, proprio colui che l’aveva terrorizzata da bambina, a raccontare come sua figlia sin da piccola sapeva convertire persino un cuore duro come il suo: «La vedevo inginocchiata in un angolo della casa con le mani giunte in preghiera e mi veniva come un groppo in gola», raccontò con le lacrime agli occhi Angelo Boscardin. «All’improvviso , la visione della mia bambina mi faceva sentire buono e una forza interiore mi spingeva a dire il “Padre nostro”».l’11 maggio 1961, papa Giovanni XXIII, proclamandola Santa e fissando il 20 ottobre la sua ricorrenza, che viene festeggiata soprattutto nel santuario di Vicenza a lei dedicato, parlò così della sua santità: «La irradiazione di suor Bertilla si allargò nelle corsie degli ospedali, a contato dei i malati delle epidemie più terribili, dove fu sempre presente: a consolare e a calmare: pronta e ordinata, esperta e silenziosa a tal punto da fare dire anche ai distratti che a guidarla ci fosse sempre il Signore».
SANTA SERENA BENEDETTA DELLA CROCE
Breslavia (Polonia)
In questa foto del 1920 vediamo santa Teresa Benedetta della Croce due anni prima di convertirsi al cattolicesimo, quando era semplicemente Edih Stein; in quello stesso periodo, a Padre Pio erano da poco comparse le stimmate. Santa Teresa Benedetta morì uccisa dai nazisti nel 1942 e fu santificata da papa Woityla l’11 ottobre 1998.
Negli anni in cui padre Pio maturava in sé l’intenso percorso spirituale, altri personaggi in odore di santità vivevano e svolgevano la loro missione pastorale seguiti da schiere di migliaia di fedeli. Tra costoro c’è suor Teresa Benedetta della Croce, nata a Breslavia, in Polonia, il 12 ottobre 1891, quando padre Pio aveva quattro anni, e proclamata santa l’11 ottobre 1998 da Giovanni Paolo II, lo stesso Pontefice che santificò anche padre Pio. Suor Teresa, il nome era Edith Stein, era nata in una famiglia ebrea e solo nel 1922, quando il mondo si interrogava sulle stimmate comparse a padre Pio, si convertì al cattolicesimo. Dopo avere preso i voti, nel 1933, a quarantadue anni, diventò suo Teresa Benedetta e visse a Colonia in Germania, e poi in Olanda. Nel 1942, mentre a San Giovanni Rotondo padre Pio aveva avviato la costruzione de suo ospedale, fu arrestata dai nazisti e deportata nel lager di Auschwitz, dove morì. Per ricordare il cammino di fede di santa Teresa Benedetta della Croce, per certi versi simile a quello di padre Pio, abbiamo deciso di ripercorrere la sua storia. Eccola, qui di seguito.
Padre Pio era un bambino di appena quattro anni quando, Breslavia, una città polacca, il 12 ottobre 1891 nasceva Edith Stein, una bambina ebrea che sarebbe diventata una delle personalità di spicco della prima metà del Novecento: filosofa, femminista, teologa, autrice di opere di profonda spiritualità, martire e santa. Era l’undicesima figlia di un commerciante di legnami che morì quando lei aveva appena due anni: la mamma, fervente ebrea, riuscì a tenere in sesto la famiglia e l’azienda ma non a mantenere nei figli la devozione religiosa: «Purtroppo persi la fede in Dio quando ero una giovinetta. Non come accadde, semplicemente smisi di pregare», raccontava Edith che era una ragazza brillante, idealista, iscritta ad associazioni per il diritto di voto alle donne, portata per gli studi di storia e di filosofia, al punto da laurearsi e da diventare assistente universitaria del famoso filosofo autro-tedesco Edmond Husserl in una epoca in cui le donne erano viste con diffidenza in ruoli così prestigiosi. Una giovane di successo, insomma. Eppure aveva un tarlo che la rendeva irrequieta: «Non capivo quale fosse la mia strada. Mi sentivo vuota, spenta, come se la fede che avevo smarrito fosse una menomazione: pensai che forse abbracciando un’altra religione, avrei potuto ritrovare la mia strada interiore», spiegò anni dopo Edith Stein. Cominciò a studiare libri di teologia, a frequentare i conventi, a interrogarsi sui misteri della fede capendo che l’ebraismo non era la religione più indicata per il suo percorso spirituale. Decisiva per la conversione al cattolicesimo fu la lettura della vita di santa Teresa d’Avila, vissuta in Spagna nel Sedicesimo secolo, fondatrice dell’Ordine delle Carmelitane Scalze. «Era una sera d’estate del 1921 e mi trovavo da sola nella casa di campagna di alcuni amici», ricordava Edith. «Non riuscivo a dormire, così presi casualmente dalla biblioteca un libro intitolato Vita di santa Teresa narrata da lei stessa. Cominciai a leggere e non potei più smettere finché non l’ebbi finito. Quando lo richiusi mi dissi: questa è la verità. Devo diventare cattolica e seguire il suo esempio». Pochi mesi dopo, il 1° gennaio 1922, quando già padre Pio si erano manifestate le stimmate, si fece battezzare e continuò normalmente la sua carriera di intellettuale: non potendo, in quanto donna, ottenere la libera docenza all’università, insegnava filosofia e teologia nei licei e nei seminari, teneva conferenze in giro per l’Europa dove parlava soprattutto di temi femminili, faceva traduzioni di diari e lettere nei liberi pensatori del passato e scriveva opere filosofiche. Intanto la voce del Signore si faceva sempre più sentire ed Edith decise di diventare suora carmelitana, in omaggio all’ordine creato da santa Teresa d’Avila che aveva cambiato la sua vita: nel 1933, a quarantadue anni, entrò nel convento di Colonia, prese i voti e modificò il suo nome in Teresa Benedetta della Croce, continuando però a dedicare la propria vita allo studio e alla meditazione.
La fecero fuggire in Olanda
«La mia unica professione da ora in poi sarà la passione per Cristo e la tolleranza verso gli altri», spiegò alle consorelle seppur convertito, rimaneva per loro sempre uno ebreo e nei registri della polizia di Adolf Hitler era ancora registrato come “non ariano”. Poiché il pericolo si faceva sempre più vicino le suore carmelitane di Colonia il 31 dice
1939 decisero di farla espatriare precipitosamente in Olanda, nel convento di Echt, sperando di salvarla. Ci riuscirono per oltre due anni, durante i quali la monaca visse praticamente clausura per evitare di farsi fermare dalle pattuglie naziste, continuò a scrivere segretamente le proprie riflessioni mistiche e stilò il proprio testamento, ben consapevole che, prima o poi, si sarebbero presentati gli uomini di Hitler a segnare il suo destino e la sua fine: «Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato», scrisse, da vera martire. «Io prego soltanto il Signore che accetti la mia vita e la mia morte». Il 2 agosto 1942 al portone del convento delle carmelitane di Echt bussò la Gestapo , la famigerata polizia segreta della Germania nazista che, nel frattempo, aveva invaso Olanda, Belgio e Lussemburgo. «Cerchiamo Edith e Rosa Stein», dissero gli agenti. Trovarono suor Teresa Benedetta nella cappella intenta a pregare e sua sorella Rosa, che nel frattempo si era pure convertita e prestava servizio nel convento, in cucina. «Andiamo, Rosa», disse alla sorella, con straordinaria serenità andiamo. «Ormai siamo straniere nel mondo. Seguiamo questi uomini per il nostro popolo e per il nostro Signore». Con molti altri ebrei convertiti al cattolicesimo le due donne furono portate nel campo di raccolta di Wsterbork, verso il martirio, poi all’alba del 7 agosto furono deportate a Auschwitz. Dopo appena due giorni ci fu la condanna a morte: come capitava nei campi di concentramento, chi non era ritenuto idoneo ai durissimi lavori forzati era destinato a morire subito. Così accadde a suor Teresa Benedetta, finita nella camera a gas a cinquanta anni il 9 agosto 1945, come appare dai documenti trovati al termine della guerra.
Una bambina guarì inspiegabilmente
Ben presto la storia di questa monaca che aveva accettato la propria fine nel nome del Signore fece il giro del mondo e cominciò a essere venerata in ogni parte del mondo, tanto che il miracolo che le consentì di essere proclamata Santa avvenne addirittura a Boston, negli Stati Uniti. Era il 20 agosto 1897 quando una bambina di tre anni, Teresa Benedetta McCarthy, che era stata battezzata con il nome della suora carmelitana proprio per affidarla alla sua protezione, fu ricoverata d’urgenza in ospedale per una grave intossicazione causata da una dose massiccia di farmaci che aveva ingerito di nascosto. I medici non diedero speranze ai genitori: «Vostra figlia ha una insufficienza epatica allo stadio terminale ed è in condizioni disperate. Si potrebbe tentare un trapianto di fegato ma è difficile trovarne uno compatibile e quasi certamente morirebbe durante l’intervento».
I signori McCarthy chiesero a tutti i parenti, gli amici e i devoti americani e canadesi di pregare suor Teresa Benedetta della Croce: l’invocazione alla futura Santa fu commovente, perseverante, insistente e dopo pochi giorni le condizioni di salute della piccola Teresa Benedetta migliorarono sensibilmente fino alla completa guarigione, non spiegabile scientificamente.
Infatti quando cinque anni dopo fu sottoposta a una perizia medica non presentava più nemmeno postumi riconducibili a quell’intossicazione. Un miracolo attribuito proprio a suor Teresa Benedetta della Croce, che le consentì di essere proclamata Santa l’11 ottobre 1998.
«Santa Teresa Benedetta della Croce ha portato nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo ricca di ferite profonde che ancora sanguinano, in un cuore che rimane così a lungo inquieto e inappagato fino a quando trovò la pace in Dio», disse durante la cerimonia Giovanni Paolo II fissando al 9 agosto la ricorrenza liturgica della religiosa che, forse anche perché era polacca come lui, aveva un posto speciale nel cuore del Pontefice, al punto da decidere l’anno successivo, durante il Sinodo dei Vescovi, di proclamarla compatrona d’Europa assieme a San Benedetto da Norcia, ai fratelli slavi santi Cirillo e Metodio, a santa Caterina da Siena e a santa Brigida di Svezia.
In quell’occasione il Papa spiegò: «Dichiarare santa Teresa Benedetta della Croce compatrona d’Europa significa porre sull’orizzonte del vecchio continente un vessillo di tolleranza e di rispetto universale, valori fondamentali nella legge morale che dovrebbe essere iscritta nel cuore di ogni uomo».
SANTA VITTORIA
Una leggendaria Passio del VI secolo narra le gesta di una giovane martire cristiana di nome Vittoria “la vincitrice” e di una sua cugina, Anatolia, a lei legata da una simile sorte, come ricorda il mosaico della Chiesa di S. Apollinare Nuovo di Ravenna (nella foto) che le raffigura insieme. Si racconta che Vittoria, nata a Roma intorno al 230 d.C. da nobile famiglia , a 20 anni venne promessa in moglie al patrizio Eugenio, ma la vicinanza di Anatolia, che poco prima aveva rifiutato il matrimonio per consacrarsi “vergine di Cristo”, la convinsero a fare altrettanto e a vendere la propria dote per donarne il ricavato ai poveri. Infuriati per i rifiuti e la perdita dei beni, i fidanzati delle due decisero di esiliare le fanciulle in Sabina: Vittoria a Trebula Mutuesca (oggi Monteleone) e Anatolia a Thiora (Tora), non denunciandole alle autorità romane, sperando ancora in un ravvedimento. Ma le giovani restarono salde nella fede nonostante la prigionia, le privazioni e i maltrattamenti. Un giorno si presentò da Vittoria Domiziano, signore di Trebula, supplicandolo di aiutarlo a liberare la zona da un terribile drago che alitando da una caverna, uccideva uomini e animali. Lui stesso aveva dovuto trovar riparo nel folto di una foresta. La futura santa accordò il suo aiuto chiedendo in cambio la conversione di Domiziano e di tutti gli abitanti della regione alla fede cristiana.
Si recò così alla caverna del drago e intimò in nome di Dio alla belva di fuggire il più lontano possibile. E quella ubbidì.
Il tripudio di popolo per Vittoria spinse Eugenio esasperato a denunciarla. Si presentò allora un emissario del Pontefice del Campidoglio che intimò alla giovane di adorare la statua delle dea Diana. Vittoria oppose un netto rifiuto e subito (come già Anatolia) fu trafitta a morte da una spada. Era il 18 dicembre 253. Pochi giorni dopo, il 23 dello stesso mese, poi divenuto sua ricorrenza liturgica, le spoglie di Vittoria deposte nella caverna da lei liberata, dove sorgerà la basilica di Monteleoni.
Il culto molto vivo in Sabina si diffuse poi nelle Marche specie a Fermo, e da lì nel Basso Salento dove a Spongano (Le) ogni anno il 22 sera si è soliti addobbare il paese con le Panare, ceste intrecciate di foglie di palma ricolme di sansa, che vengono fatte lentamente bruciare per tutta la notte creando un effetto altamente suggestivo.
SANTA FRANCESCA ROMANA
La celebre chiesa di Roma di S. Maria Nova (nella foto), affacciata sui Fori Imperiali, è comunemente nota come santa Francesca Romana, perché legata alle vicende terrene di una delle sante più amate e venerate della Città Eterna. Francesca Bussa de’ Leoni, che passerà alla storia come la “poverella di Trastevere” era nata nel 1384 da una nobile famiglia che abitava nei pressi di piazza Navona. Pur dimostrando presto una spiccata propensione religiosa, a dodici anni i genitori la convinsero ad accettare come sposo il nobile Lorenzo de’ Ponziani. Ma la nuova vita nel signorile palazzo del marito non si addiceva a Francesca che cadde malata in anoressia, finché un giorno le apparve san’Alessio che le indicò la via da seguire: anche da maritata poteva servire il Signore con tutta la sua anima. Guarì, mise al mondo tre figli e iniziò un’intensa opera di soccorso nei confronti dei più miseri e bisognosi. Quando il suocero le consegnò le chiavi delle dispense del palazzo, non si aspettava che in pochi mesi sarebbero stata svuotate. “Francesca aveva donato tutto ai poveri, ma per un miracolo presto furono piene di nuovo. Con il consenso del marito si spogliò dei suoi abiti di seta, vendette i gioielli e indossò una semplice tunica di tela grezza con la quale girava la città su un asinello facendo opera di carità, incurante del giudizio altrui. Tre anni dopo la morte del marito, la stessa Francesca prese i voti assumendo il secondo nome di Romana e prendendo a vivere nel monastero di Tor de’ Specchi a Via del Teatro Marcello. La morte la colse tuttavia nel palazzo di famiglia, il 9 marzo 1440. Subito venerata dal popolo, patrona degli automobilisti, è oggi ricordata a Veroli (Frosinone), la domenica dopo il 9 marzo, con la celebre Sagra della Crespella, tipica frittella col buco di cui sono ricolme miriadi di bancarelle, tra le quali sfilano antichi carri trainati da buoi e asinelli, atti a ricordare momenti di vita rurale degli ultimi 100 anni.
SANTA ZITA
La santa più amata a Lucca, patrona delle domestiche e delle governanti per il mestiere che aveva esercitato con abnegazione tutta la vita, Zita, era nata nel 1218 nel piccolo paese di Mansagrati, vicino a Lucca, da genitori tanto poveri quanto religiosi.
Il padre, semplice pastore e contadino, non riuscendo a sfamare la famiglia accettò di buon grado che la figlia a 12 anni si recasse a servizio nella casa del ricco mercante lucchese Pagano Fatinelli, casa che esiste ancora oggi e in cui si può vedere l’angusta stanzetta che alla futura santa era riservata. Infaticabile nei lavori domestici che le procuravano il plauso dei padroni, ma nello stesso le angherie invidiose del resto della servitù,
Zita occupava il poco tempo libero pregando e prendendosi cura con tutta se stessa dei poveri e degli ammalati.
Mangiava lo stretto necessario per lasciare qualcosa a chi aveva più bisogno di lei, tanto da divenire, come si legge in un antico manoscritto, “esile come un fuscello”. Eppure fu sempre pronta, docile e mansueta, ad accollarsi i lavori più faticosi.
Divenne così stimata dai Fatinelli, e presto le fu affidato il governo della casa, che ella portò con grande modestia e senza insuperbire. Unica distrazione, la messa nella vicina parrocchia di San Frediano. Si narra che una volta, rimasta troppo a lungo a pregare dopo la comunione, Zita fosse in ritardo proprio la mattina che doveva fare il pane. Rientrata di corsa a casa, trovò la madia con la farina già impastata senza che nessuno l’avesse toccata: tutti furono sicuri che l’avessero impastata gli angeli.
Molti sono gli episodi legati alla generosità della santa: in un periodo di carestia, Zita non esito a distribuire agli affamati le fave di un cassone trovato in casa che non sapeva fossero già state vendute. All’arrivo dell’acquirente, si rivolse sgomenta al Signore, quando, aperto esso fu trovato ancora pieno. Un altro giorno, mentre Zita stava uscendo di nascosto con il grembiule pieno di pane avanzato da donare ai poveri, fu sorpresa dal padrone che le chiese arrabbiato cosa portasse fuori. E il miracolo si compì: mostrando il grembiule, questo era colmo di rose e fiori.
A ricordo di quell’episodio, ancora oggi, nella settimana che precede il 27 aprile, giorno della festa della santa, per le strade di Lucca è organizzato un sontuoso mercato floreale, dove grande è l’affluenza di bambine, poiché Zita in origine significa proprio “bambina, ragazza non sposata” da cui in seguito, per estensione “zitella”. E Zita si chiamerà anche l’ultima imperatrice d’Austria.
SANTA ELISABETTA D'UNGHERIA
Santa Elisabetta d’Ungheria, nata nel 1207, figlia del re Andrea di Ungheria ha raggiunto la santità di vita in pochissimo tempo.
All’età di 4 anni dovette lasciare la sua casa per vivere nella casa del suo futuro sposo il re Ludovico IV, e sposarlo all’età di 14 anni, un matrimonio combinato, come avveniva, tra le case dei regnanti d’Europa di quel tempo.
A vent’anni rimase vedova con tre figli.
Nonostante la brevità del matrimonio, e il fatto che sia stato combinato dai genitori fu tuttavia un matrimonio felice sotto ogni aspetto.
Alla morte del marito, si ritirò in una modesta casa di Marburgo, dove eresse a proprie spese un ospedale per ospitare soprattutto i poveri.
Questo fece scatenare contro di lei le ire e i malumori dei cognati che non sopportavano bene la sua generosità verso i poveri.
Fu allontanata così dalla famiglia e le furono tolti i figli, e lei accettò e visse tutto questo come una forma di povertà.
Elisabetta d’Ungheria è la figura femminile che più genuinamente incarna lo spirito penitenziale di Francesco.
Si è discusso se fu o no terziaria francescana.
Dobbiamo puntualizzare che al tempo di Elisabetta non si usava ancora il termine “terziaria”. Ma c’erano numerosi penitenti; molti uomini e donne del popolo seguivano la via penitenziale indicata da san Francesco e diffusa dai suoi frati.
I frati minori arrivarono ad Eisenach, la capitale della Turingia, alla fine del 1224 o agli inizi del 1225.
Elisabetta entrò a far parte di questi penitenti francescani, obbediente alle direttive di un rigoroso confessore.
Alla sua morte avvenuta nel 1231, fu proclamata santa a gran voce di popolo, al punto che il Papa Gregorio IX nel 1235, a quattro anni dalla morte, la iscrisse ufficialmente nel libro dei Santi.
Una breve vita, 24 anni, ma intensa e ricca di amore per i poveri.
La santità per manifestarsi non ha bisogno di tanti anni, molte Sante hanno avuto una vita breve: Elisabetta 24 anni, Santa Teresa di Gesù Bambino 24 anni, Santa Bertilla 34 anni, l’importante è che qualcuno faccia con amore quello che gli è chiesto, giorno dopo giorno, percorrendo tutta la strada lunga o breve che sia.
Non possiamo presentarci al traguardo saltando pezzi di strada. Allora con i segni della sofferenza, i segni del dolore, ci presenteremo davanti a Dio il quale ci accoglierà e ci introdurrà per sempre nella pienezza della vita.
Ciò che contraddistinse Elisabetta fu proprio la capacità di amare.
La sua sapienza, la sua saggezza stanno nel vivere intensamente ogni evento della sua vita, silenziosamente come donna saggia, del libro del Siracide.
Accettò senza ribellioni, ma non senza dolore, la sua storia, avendo come punto di riferimento i poveri, spendendo per loro tutte le sue forze. Dopo la morte del marito le avevano tolto tutto, ma non il desiderio di servire Dio nei fratelli bisognosi, e così sentirsi dire un giorno “vieni benedetta del Padre mio, perché avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere”. Il Signore sa riconoscere il grido dei poveri, ma sa riconoscere anche la voce e il volto di chi lo serve con amore.
Al Signore non è necessario molto tempo per riconoscere quelli che lo amano, anche chi dà un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, sarà ricordato e amato da lui.
SANTA DOROTEA
Può sembrare strano che questa santa, raffigurata da sempre con una corona di fiori sul capo e cesto di mele e di rose ai suoi piedi, protettrice dei fiorai e dei fruttivendoli, sia celebrata il 6 febbraio in pieno inverno. E che sia la patrona di Pescia, cittadina toscana tra Lucca e Firenze rinomata per la floricultura e il suo commercio, che in quel giorno le dedica solenni festeggiamenti cui partecipano anche gli abitanti della vicina Collodi. Ma è per questa incongruenza la chiave della santità di Dorotea, il cui nome in greco significa “Dono di Dio”.
Nata nel IV secolo d.C. a Cesarea di Cappadocia, in Asia Minore, come racconta un’antica Passio, e figlia di un senatore romano, aveva presto abbracciato la fede cristiana rifiutando persino il matrimonio. Durante la persecuzione di Diocleziano fu tratta in arresto dal preside Saprizio che tentò con ogni mezzo di farla abiurare mostrandole in ultimo anche gli strumenti usati per le torture. Dorotea non mostrò alcun timore nel vederli, affermando di temere più di ogni altra cosa di non vedere “Cristo Figlio di Dio”, colui che abita nel giardino dell’Eternità, ornato di fiori bellissimi e ricco di frutti che mai deperiscono”. Saprizio allora, come estremo tentativo, ordinò a due sorelle, Criste e Callista, che da poco avevano rinnegato la fede cristiana, di convincere la prigioniera e fare altrettanto. L’intento non solo non riuscì, ma fu Dorotea a persuadere le due giovani a ritornare alla vera fede e a professarla apertamente. Infuriato, l’aguzzino condannò le sorelle ad essere arse vive e Dorotea alla decapitazione, dopo averla sottoposta ad una serie di indicibile torture, che la futura santa sopportò con grande compostezza e con un dolce sorriso sul volto. Mentre la conducevano dal tribunale al luogo del martirio, le si fece incontro un avvocato, Teofilo che la schernì dicendole: «Dorotea, quando sarai in quel giardino, fammi avere delle rose e delle mele, che ne avrei grande piacere!». La santa sfidandolo promise e, mentre pregava, prima del momento fatale, ecco avvicinarsi un misterioso bambino con un cesto in cui stavano tre mele freschissime e tre bellissime rose, nonostante si fosse ai primi di febbraio. Il cesto fu consegnato a Teofilo che, stupefatto, comprese la grandezza di Dio e decise di accogliere subito la fede cristiana. Per questo subì anch’egli il martirio ed è oggi venerato con santa Dorotea, il cui culto si è diffuso presto nel Nord Europa (cfr. Dorothy, Dorota) prima di approdare in Italia, dove sono tuttora conservate le reliquie, a Roma, nell’omonima chiesa in Trastevere.
domenica 12 agosto 2012
SAN CORRADO
San Corrado Gonfalonieri unisce Emilia Romagna e Sicilia: nato a Calendasco vicino a Piacenza nel 1290, trascorse gran parte della sua esistenza da eremita a Noto, dove morì il 9 febbraio 1351.
È antica tradizione che ogni anno in quel giorno, si svolga a Piacenza nella chiesa dedicata al santo un solenne incontro dei fedeli notini con quelli emiliani, in segno di fratellanza per la festa del comune patrono. Contemporaneamente una festosa processione si sparge dal Duomo per le vie della cittadina siciliana – emblema del Barocco – recando l’urna con le reliquie, processione che si terrà una seconda volta alla fine di agosto, a ricordare la proclamazione a beato avvenuta nel 1515.
Corrado era figlio della nobile famiglia dei Gonfalonieri; sposato giovanissimo, conduceva vita da aristocratico finché un giorno, durante una battuta di caccia, ordinò di dar fuoco alla macchia per stanar meglio la selvaggina scatenando involontariamente un terribile incendio, che distrusse boschi e campagne per chilometri.
Corrado capì che era un segno divino e non esitò quindi ad accusarsi del disastro decidendo di devolvere i suoi beni per risarcire i contadini rovinati e di entrare in convento.
Convinse anche la moglie a fare altrettanto.
Dopo alcuni anni trascorsi nella comunità eremitica dei frati Penitenti di Calendasco, partì per il sud alla ricerca di una maggiore spiritualità.
Dopo numerose peregrinazioni che lo vedono in Terrasanta, a Malta e a Gozo, approdò infine in Sicilia fermandosi a Noto.
Era il tipico eremita, emaciato, lunga barba bianca, vestito del solo saio. Condivise in un primo tempo una grotta dietro la chiesa del Crocifisso con san Giorgio, altro eremita notino, poi si sistemò in una caverna isolata sui monti Pizzoni, dormendo sulla nuda roccia con una pietra per cuscino. Sconfiggeva le tentazioni, come San Francesco, rotolandosi nei rovi e flagellandosi.
Solo il venerdì appariva in città per comunicarsi ed elemosinare un po’ di pane. La gente cominciò a venerarlo come taumaturgo e si recava spesso alla caverna, dove avvenivano incredibili miracoli. Finché un giorno, un 19 febbraio, fra’ Corrado fu trovato morto in atto di pregare in ginocchio inondato di luce: gli astanti furono sicuri si trattasse di un santo.
SAN DOMENICO DI SORA
San Domenico da Sora. Ogni anno, il primo giovedì di maggio, si svolge a Cocullo, n piccolo paese degli Abruzzi, una particolarissima festa in onore del Patrono, san Domenico di Sora, che raccoglie una folla di fedeli e curiosi provenienti da tutta Italia. È la celebre festa dei Serpari. Si inizia il giorno prima quando numerosi abitanti girano per le montagne limitrofe alla ricerca di serpenti: per lo più comuni bisce o capitoni, specie innocue, con le quali il giorno successivo sarà avvolta la statua del santo. San Domenico esce la mattina alle undici dal Santuario a lui dedicato seguito dalla banda e dalle ragazze in costume tradizionale e, col capo e le spalle avvolti dalle serpi, è portato in processione, accompagnato da un corteo festante. Alla sommità del paese lo “sparo” dei fuochi pirotecnici, quindi il ritorno in chiesa poi la parte più emozionante della cerimonia, coi fedeli che fanno la fila all’altare per prendere il pietrisco da spargere in intorno alle case e protezione dai serpenti e i pellegrini che intonano una particolare litania.
È indubbia l’origine precristiana della festa, legata ad antichissime tradizioni dei popoli del lago Fucino, Marsi, Peligni, nelle cui vicinanze si sono trovate statuette della dea Angizia raffigurata come “signora dei serpenti”, capace di dominarli e guarirne il morso velenoso. Spiegare il passaggio dello stesso ruolo a San Domenico non è facile, perché la Vita composta da un discepolo del santo fornisce solo dati aneddotici. Ma accade spesso che culti pagani passino con piccole modifiche nelle pratiche devozionali del cristianesimo, come accaduto proprio in questo caso per l’abate Domenico, nato a Foligno, in Umbria, alla metà del X secolo e deciso fin da piccolo a seguire la vita religiosa. Lasciata la casa natale, si fece monaco e poi sacerdote, quindi intraprese la vita dell’eremitaggio.
A lungo peregrinò in Ciociaria, quindi giunse in Abruzzo, dove fondò il monastero di San Pietro in Lago rimanendovi sei anni ed avendo le prime visioni, preludio dei successivi miracoli. In seguito, sempre spinto dalla vira eremitica, visse tre anni in una grotta in Ciociaria vicino a Trisulti finché fu riconosciuto e cominciò ad essere oggetto di venerazione come santo taumaturgo.
Con una donazione del signore di Sora costruì un nuovo monastero che porta ancora oggi il suo nome e lì visse fino alla morte, avvenuta nel 1031. Il suo culto si fortificò specie nelle zone da lui visitate e il santo rimase sempre legato alla sua capacità, che dicevano miracolosa, da proteggere dai morsi dei serpenti e di guarire chi ne fosse stato colpito.
SAN VITO
Per la festa del santo patrono, San Vito, ogni anno a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, si organizza una settimana di grandi festeggiamenti tra la terza e la quarta domenica di agosto.
Essi rievocano gli avvenimenti principali della vita del santo, che secondo un’antica Passio, sarebbe nato nella cittadina siciliana da una ricca famiglia verso la fine del III secolo, al tempo cioè delle più feroci persecuzioni anti-cristiane.
Rimasto presto orfano di madre, Vito sarebbe stato affidato alle cure di una nutrice e del precettore Modesto che lo istruirono al cristianesimo contro il volere del padre, il quale non esitò a denunciare il figlio alle autorità romane, vedendolo estremamente devoto e anche in grado di fare miracoli.
A nulla valsero le torture per farlo abiurare, né il tentativo di seduzione da parte di alcune fanciulle discinte appositamente mandate dal padre; per sfuggire al martirio Vito alla fine fu costretto a lasciare l’isola allontanandosi su una barca col fido precettore. Un’aquila fornì loro acqua e cibo.
Poco dopo lo sbarco in Campania, Vito fu catturato e condotto a Roma al cospetto dell’imperatore Diocleziano, di cui riuscì a guarire il figlio liberandolo dal demonio.
È per questo che San Vito è annoverato tra i santi ausiliatori e invocato per malattie contro la corea o ballo di san Vito, l’isteria, l’epilessia, le ossessioni. Per tutta ricompensa, l’imperatore ordina di torturarlo per allontanarlo dalla fede: lo immergeranno nella pece bollente, da cui uscirà illeso, gli lanceranno contro un leone che diverrà mansueto, finchè lo appenderanno a un palo insieme a Modesto per finirli entrambi a colpi di bastone. Un terremoto improvviso mette in fuga gli aguzzini, mentre gli angeli trasportano Vito e Modesto esanimi alla foce del fiume Sele dove moriranno il 15 giugno 303.
Lu festini Santu Vitu di Mazara del Vallo si svolge però ad agosto dal 1742, per ricordare la traslazione delle reliquie nella cittadina siciliana. Il giorno cruciale è il giovedì quando, alle 4 del mattino parte la prima delle due processioni in cui il carro trionfale con la statua del santo è condotta a braccia dai pescatori fino alla chiesetta di san Viti a Mare, a ricordo della fuga notturna dall’isola, accompagnata da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio; la seconda è la famosa “processione storico-ideale a quadri viventi” in cui sfilano carri con figuranti in costume seguiti da ancelle con la palma, famuli e l’orrido carnefice.
La domenica una processione solenne a mare con una miriade di imbarcazioni accompagna il santo al porto finale.
SAN VILLIBRORDO
Il patrono
È chiamato Apostolo dei Frisi il santo patrono dei Belgi e dei Paesi Bassi. Abbiamo poche notizie sulla sua giovinezza: nacque nel 658 probabilmente in Nothumbia (una regione dell’Inghilterra settentrionale), iniziò la vita monastica presso l’abbazia Benedettina di Ripon, da qui si trasferì min Irlanda all’età di vent’anni dove a trent’anni fu ordinato sacerdote. Nel 690 con altri compagni lasciò l’Irlanda per la Frigia , gli attuali Paesi Bassi a seguito dell’insuccesso della missione di Wilfrido. La buona accoglienza da parte del duca Pipino prima e l’approvazione della missione ottenuta da papa Sergio I fecero portare frutti immediati di numerose conversioni. In una sua seconda discesa a Roma nel 695 venne consacrato vescovo. Tornò prima ad Anversa poi si recò a Utrecht dove fondò la sua sede episcopale. Da questo momento i suoi viaggi furono molto numerosi e lo portarono fino in Danimarca. Alla morte di Pipino II seguirono delle rivolte che lo fecero ritirare a Echtenarch nel Lussemburgo dove continuò la sua opera di evangelizzazione e vi morì il 7 novembre 739.
San Villibrordo fu uomo di preghiera e di azione, grande organizzatore che si sapeva far apprezzare dai principi e re dell’epoca; a lui si deve l’introduzione in Occidente dei vescovi ausiliari dei quali si servì costantemente.
SAN SILVESTRO
Fu papa per 21 anni, dal 314 al 335, durante il regno del grande imperatore Costantino, colui che aveva concesso nel 313 libertà sui culto a tutti i cristiani dopo la vittoriosa battaglia di Ponte Milvo. Sotto il suo pontificato si svolse il promo concilio universale di Nicea del 325 (anche se egli non vi partecipò di persona) e furono edificate le prime sette importanti basiliche di Roma. Silvestro fu uno dei primi “non martiri” a essere venerato come santo e la sua fama fu amplificata da alcune celebri leggende. Una di esse narra che papa Silvestro, perseguitato da Costantino prima della conversione, si fosse rifugiato sul Monte Soratte, in Sabina. Poco tempo dopo l’imperatore si ammalò di lebbra e l’unico rimedio, secondo i sacerdoti pagani, era fare un bagno nel sangue caldo di 300 fanciulli. Colpito dal pianto delle madri cui erano stati strappati i figli per il sacrificio, Costantino non volle sottoporsi a un rimedio tanto crudele, preferendo cedere alla malattia. Ma il signore non lo lasciò perire, e di notte gli inviò in sogno i santi Pietro e Paolo che lo consigliarono di richiamare a Roma papa Silvestro; questi gli avrebbe indicato una fonte in cui se si fosse immerso tre volte sarebbe guarito. Tornato a Roma, Silvestro impose a Costantino un digiuno di una settimana, quindi lo battezzò in una fonte immergendolo tre volte. L’imperatore ne uscì guarito.
In segno di gratitudine fece molti regali al papa e tra essi gli consegnò la città di Roma. Da qui nacque, nell’VIII secolo, quel clamoroso falso noto come Costitutum Costantini, documento che sanciva il potere temporale della Chiesa e attribuiva a Silvestro e ai suoi successori il primato su tutti gli altri vescovi. Creduto autentico per tutto il Medioevo, Lorenzo Valla nel XV secolo ne dimostrò la falsità, ma ormai il papa Silvestro era passato alla storia.
Morì nel dicembre 335 e il giorno 31 fu sepolto nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria, giorno divenuto sua festa liturgica.
In seguito, parte dei suoi resti furono traslati nella chiesa di San Silvestro in Capite, al centro di Roma.
Se i festeggiamenti per il santo oggi coincidono con quelli dell’ultimo dell’anno, c’è una bella eccezione: a Spello, in Umbria una mistica processione parte dal castello di Collepino (600m) e dopo la distribuzione di un particolare pane benedetto, sale fino al Subasio ad incontrare i resti dell’antichissima abbazia di San Silvestro, dove scorre un’acqua da sempre ritenuta miracolosa, sia per le donne che per gli animali.
SAN ZENO
Il venerato patrono di Verona, San Zeno, fu vescovo della città dal 362 al 378. Zeno era originario dell’Africa settentrionale, e ciò deve l’appellativo di “vescovo moro”, non sappiamo se per il colore della pelle o per termine latino maurus ossia “abitante della Mauritania”. Non è noto se giunse a Verona con la famiglia né per quali motivi si fosse trasferito: la più antica Cronaca della sua vita, scritta da un certo Coronato, notaio veronese, parla solo di una precedente vita monastica, mentre si dilunga su particolari a dir poco favolosi. Appena eletto vescovo, Zeno abitava con alcuni monaci in un luogo remoto e siccome era povero, pescava nell’Adige per i suoi pasti frugali. Per questo nell’iconografia è sempre ritratto con accanto un pesce appeso all’amo ed è divenuto poi protettore dei pescatori d’acqua dolce. Un giorno vide un contadino trascinato nel fiume da buoi imbizzarriti e, compreso che si trattava dell’opera del demonio, fece un segno di croce e immediatamente i buoi rinsavirono riconducendo il carro sulla riva. Il demonio allora entrò in casa di un nobile di nome Gallieno e invase l’unica figlia. A nulla valsero gli esorcismi approntati dal padre e solo l’intervento di Zeno riuscì a liberare la giovane. Gallieno in segno di riconoscenza concesse al vescovo la possibilità di costruire chiese. In seguito Zeno ricevette in dono una vasca di porfido e ordinò al demonio di trasportarla fino a Verona; quello eseguì l’ordine segnando con le sue unghie la vasca, come si può vedere oggi, essendo la stessa conservata nell’attuale Basilica dedicata al santo, insieme alla statua soprannominata “San Zeno che ride”; il vescovo, infatti, seduto sul trono, sembra sorridere bonariamente nell’atto di benedire la folla. Zeno ci ha lasciato 93 Sermoni composti per fini pastorali, da cui emerge come fosse un predicatore instancabile e implacabile nemico delle eresie.
Di lui parlano in toni encomiastici San’Ambrogio e San Gregorio Magno, che riporta un miracolo: nel 485 una piena dell’Adige aveva sommerso Verona arrivando fino alla chiesa del santo che aveva le porte aperte; l’acqua però non vi penetrò come se avesse incontrato una parete solida. San Zeno è celebrato a Verona ben quattro volte l’anno, ma la sua festa liturgica cade il 12 aprile, giorno in cui da sempre una grande fiera fa da sfondo alla processione che parte dalla magnifica Basilica, costruita nel IX secolo da re Pipino, figlio di Carlomagno.
sabato 11 agosto 2012
SAN MICHELE ARCANGELO
San Michele Arcangelo
Nell’Antico Testamento l’arcangelo Michele è il protettore del popolo di Dio e il suo nome, Mikaél (in ebraico “Chi come Dio?”), è usato come grido di guerra in difesa dell’Eterno. Nel Nuovo Testamento Michele diventa capo delle milizie celesti, il difensore della Chiesa. Secondo le parole dell’apocalisse: «Scoppiò una guerra in cielo. Michele e i suoi angeli combattevano il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per loro in cielo». Per questo l’arcangelo è raffigurato con la spada o la lancia in mano e spesso con il drago, personificazione di Satana, ai suoi piedi.
La prima apparizione di san Michele avvenne, sul Monte Gargano, in Puglia, intorno al 490.
Un ricco pastore era salito una notte sulla vetta alla ricerca di un suo toro che non era rientrato. Scovatolo accanto ad una grotta, il pastore gli scagliò contro una freccia, ma questi tornò indietro e lo ferì alla spalla. Venuto a conoscenza del fatto, il vescovo sal Lorenzo Maiorano ordinò un digiuno di tre giorni alla fine dei quali gli apparve l’arcangelo Michele, dicendogli di aver scelto per il suo luogo di culto la grotta indicata dal toro e dalla freccia. I cittadini non dovettero neppure consacrarla: vi trovarono già un altare pronto, ricoperto di un panno rosso, la croce di cristallo e un’orma di piede infantile su un masso.
Nel VI secolo vi fu costruito intorno il santuario di
Monte san’Angelo che divenne meta di pellegrinaggi nel Medioevo. Ancora oggi, ogni 29 settembre, vi si svolge la solenne festa del santo, che richiama folle di fedeli, i quali incidono le proprie iniziali o l’impronta della mano sulle pareti della grotta. Ma grandiosi sono i festeggiamenti anche nei comuni d’Italia di cui san Michele è patrono, come Cuneo, con la fiera e gli spettacoli pirotecnici, o Carmignano (Prato) con il palio dei ciuchi e le sfilate in costume medioevale, o all’estero come a Mont-Saint-Michel in Normandia. San Michele apparve, spada in pugno, anche a papa Gregorio I, durante una pestilenza a Roma, sulla cima del Mausoleo di Adriano, che fu allora chiamato Castel sant’Angelo.
SAN GIULIANO
Sono circa 20 i santi o i beati che portano il nome di Giuliano, segno della diffusione di un nome che significa “appartenente alla gens Julia”, illustre famiglia romana. Tra i più antichi spicca san Giuliano di Le Mans, che secondo le antiche Gesta omini Juliani, sarebbe stato addirittura uno dei 70 discepoli degli Apostoli di Gesù. Ordinato vescovo a Roma, sarebbe poi stato inviato missionario in Gallia e alle porte della città di Le Mans avrebbe fatto zampillare prodigiosamente una fontana, riuscendo così ad operare senza sforzo una conversione in massa dei cittadini, convinti da quel miracolo. In seguito per il suo instancabile operato avrebbe ottenuto il premio dal defensor della città di Le Mans numerose donazioni. Dopo 47 anni di episcopato morì il 27 gennaio di un anno imprecisato. Il suo culto, da subito molto sentito, fu introdotto dai Normanni nell’Italia meridionale nell’XI secolo e, in particolare, a Castrovillari, ai piedi del Monte Pollino, in Calabria, fu eretta una chiesa in suo onore che ancora oggi è il fulcro della grande festa del 27 gennaio, con le donne in costume tradizionale che offrono le celebri “vecchiaredde”: frittelle di acqua e farina preparate secondo la ricetta tradizionale proprio in onore dell’amatissimo patrono.
A Macerata, invece, è un altro Giuliano che si festeggia: san Giuliano l’Ospedaliere, di cui La Legenda Aurea (XII secolo) racconta che fosse un nobile giovane amante della caccia, ma che un giorno – come gli aveva profetizzato anni prima un cervo che stava cacciando – egli avrebbe ucciso per sbaglio i propri anziani genitori, scambiandoli nell’oscurità di una camera per la propria moglie e il suo supposto amante. Distrutto dal rimorso, Giuliano se ne andò pellegrino per il mondo a espiare la sua colpa seguito dalla fedele moglie, finchè i due non arrivarono alla riva di un fiume assai pericoloso da traversare. Si trattava del fiume Potenza nel Maceratese, e lì i coniugi decisero di fermarsi e costruire un ospizio per accogliere i poveri e i viandanti.
Una d’inverno una voce che cercava aiuto svegliò Giuliano: era un vecchio malato di lebbra e semiassiderato che non sapeva come traversare il fiume. Giuliano lo accolse e mentre cercava di riscaldarlo in ogni modo, il vecchi divenne splendente di luce e annunciò al futuro santo che era stato perdonato dal Signore.
Si trattava di un angelo. Il culto di san Giuliano l’Ospedaliere risale alle origini di Macerata, dove oggi lo festeggiano due volte: il 31 agosto e il 14 gennaio, giorno del ritrovamento della reliquia del Santo Braccio, con l’innalzamento di una simbolica stella.
SAN PAOLINO DI NOLA
Nato nel 351 a Bordigale, l’odierna Bordeaux, da una ricca famiglia senatoriale, Pontius Meropius Paolinus – questo il nome di San Paolino – era stato istruito nella città natale dal celebre poeta Ausonio e per i suoi auspici inviato nel 381 come governatore in Campania. Scelta Nola come sede di residenza, Paolino ebbe il modo di accrescere la sua fede a contatto con la devozione che gli abitanti avevano per San Felice, già martire nolano, noto per l’attaccamento ai poveri e ai contadini. Scaduto il mandato e mandato in Gallia, Paolino non seguì la carriera politica ma lo studio e i viaggi nei molti possedimenti che la famiglia aveva in Gallia e in Spagna. Durante uno di questi, conobbe Tarasia, fanciulla spagnola che sposò e con la quale ebbe a sopportare numerosi rovesci di fortuna tra cui la morte del figlioletto appena nato. Entrambi capirono che era giunto il momento di abbandonare ogni interesse terreno per darsi alla rinuncia e alla preghiera e dopo un lungo peregrinare, a Barcellona nel 394 Paolino venne consacrato sacerdote a furor di popolo. Il suo intimo desiderio era però quello di far ritorno a Nola e darsi alla vita monastica vicino al sepolcro di San Felice, cui doveva il risvegliarsi della sua vocazione. Riuscì presto a farvi ritorno insieme a Terapia, che aveva accettato con gioia anch’essa di vivere da monaca. Costruita una chiesetta, poi un oratorio e un battistero, nonché delle cellette per sé e i suoi seguaci, Paolino trascorreva la sua nuova esistenza componendo carmi per lo più in lode a San Felice o scrivendo lettere, molte delle quali si sono conservate. Nel 409, al tempo dell’invasione dei Visigoti Paolino fu nominato vescovo e restò in carica fino al 431, anno della morte, divenendo subito oggetto di un fervente culto. Ancora oggi a Nola, la domenica successiva il 22 giugno, festa del santo, si svolge una straordinaria processione con la sfilata dei “Gigli”, otto costruzioni in legno alte più di 25 metri che rappresentano le diverse corporazioni, portate in spalla da decine di uomini i quali, incuranti del peso, “ballano” al ritmo di una fanfara posta alla base.
Questa processione ricorda un episodio leggendario della vita del Santo, quando, durante l’invasione dei vandali, furono catturati ostaggi dalla città di Nola per essere condotti in Africa, e tra essi Paolino, che si era offerto in cambio del rilascio del figlio di una vedova. In seguito riconosciuto e liberato, alla notizia del suo ritorno a Nola, la popolazione correndo verso il mare avrebbe strappato dei gigli dai campi per offrirli come dono improvvisato all’amato vescovo.
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