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giovedì 30 agosto 2012

GLI PSICO INVESTIGATORI

Scandagliano negli abissi della mente degli autori di atroci delitti per tracciarne l’identikit psicologico e permetterne l’arresto.
Fino a pochi decenni fa i serial killer erano considerati un fenomeno esclusivamente americano. Un’idea rivelatasi sbagliata. la Germania ha conosciuto Fritz Haarmann, “il macellaio di Hannover”, o Peter Kurten, “il vampiro di Dusseldorf”.
L’Italia ha partorito “il mostro di Terrazzo”  e “il killer della Liguria”. Persino la Russia sovietica ha dimostrato di possedere un buon numero di maniaci, come il cannibale Nikolai Dzhurmongaliev, detto “Zanne d’acciaio”, o l’ucraino Anatoly Onoprienko. La lista potrebbe essere ancora lunga. Il fenomeno non risparmia infatti nessuna regione al mondo. Il Sudafrica ha contato 30 serial killer solo negli ultimi sette anni, in Colombia, Luis Alfredo Garavito ha violentato e ucciso 140 bambini. In Pakistan, Javed Iqbal ha fatto altrettanto su 100 adolescenti. Queste cifre corrispondono a un proliferare di assassini seriali o sono semplicemente l’effetto di una presenza più capillare dei mezzi d’informazione? Difficile dirlo. Certo è che le polizie di tutto il mondo sono dovute ricorrere a tecniche diverse da quelle tradizionali per combattere tale piaga. Tra queste la più promettente è quella del profiling, che consiste nel redigere un ritratto psicologico dell’assassino analizzando le scene dei crimini, le caratteristiche delle vittime, il contesto nel quale sono avvenute le morti... Un buon profilo psicologico può aiutare a restringere le ricerche, o a far cadere nella trappola il colpevole. A tratteggiare questi ritratti è una categoria di specialisti di criminologia clinica chiamati in inglese profiler. Sentiamo il parere di tre autorevoli specialisti, e di tre Paesi diversi

martedì 28 agosto 2012

IL VAMPIRO DI SACRAMENTO

I poliziotti americani sono abituati alla violenza. Nonostante ciò, quando il 23 gennaio 1978 entrarono nell’appartamento di Terry Walin, a Sacramento, rimangono disorientati. Non hanno mai visto una simile brutalità, la vittima, una giovane donna di 22 anni, è stata sventrata, il seno sinistro reciso e i genitali tagliuzzati. Vicino al suo corpo, un vasetto di yogurt sembra essere stato usato dall’assassino per berne il sangue. I detective decidono di interpellare Robert Ressler, uno specialista di comportamenti criminali della Behavorial science unit (Bsu) L’Unità di scienze comportamentali dell’Fbi nata in quegli anni per contrastare il proliferare dei serial killer. Sono casi, questi,  in cui non si tratta di cercare un movente ordinario, nè un colpevole tra le persone vicine alla vittima. Ma di tracciare i contorni di un delirio. E’ questa la specialità degli uomini della Bsu, cui si è ispirato anche Thomas Harris per scrivere il thriller
il silenzio degli innocenti. Ressler si convince subito che l’assassino ha agito sotto la spinta di una pulsione irresistibile, e che colpirà di nuovo. Secondo lui l’omicida è un uomo di razza bianca: le statistiche dimostrano infatti che i serial killer sono spesso di sesso maschile e che colpiscono in seno alla propria comunità etnica. Ha circa 25 anni: le prime pulsioni criminali si rivelano di solito nell’adolescenza, cui vanno aggiunti 8-10 anni di incubazione. E’ molto magro. “C’è una correlazione tra forma e psicosi e aspetto fisico”. Un caso come quello di Sacramento implica un disinteresse completo per l’alimentazione. L’assassino trascura anche la pulizia e l’abbigliamento, la sua casa è uno sfacelo. Infine è celibe: chi potrebbe vivere con un simile compagno? La casa degli orrori.
Quattro giorni dopo il primo delitto, in un edificio vicino vengono scoperti tre cadaveri: quelli di Evelyn Miroth (38 anni), suo figlio Jason (6) e Daniel Meredith (51), un amico di famiglia. Inoltre un bambino di 22 mesi, David, è scomparso. Lo stato della sua culla, insanguinata, non lascia speranze di ritrovarlo vivo. Queste morti rafforzano in Ressler che l’uomo viva e colpisca nello stesso quartiere.
Il profilo stilato dallo psicologo viene diffuso da radio e giornali. La testimonianza di una giovane donna si rivela decisiva: pochi giorni prima aveva trovato nel quartiere di un centro commerciale un ex compagno di college, ed era stata colpita dalla sua magrezza e sporcizia, dal suo sguardo allucinato. Dopo una breve indagine, Richard Trenton Chase, 28 anni, viene localizzato: abita a qualche isolato dai luoghi dei delitti. Disseminati sul pavimento del suo appartamento i poliziotti trovano piatti contenenti resti umani e, in cucina, recipienti con avanzi di cervello e frullatori ricolmi di sangue e parti di organi. L’incubo può dirsi concluso. Parallelamente alle inchieste, Ressler non ha mai smesso di esplorare le menti di questi esseri terrificanti. E così che ha incontrato in prigione abominevoli assassini come Ed Kemper, cannibale e necrofilo, che giocava a freccette con la testa della madre posata sul caminetto; Herbert Mullin, che credeva di impedire i terremoti con i suoi omicidi e stabiliva il grado di inquinamento dell’aria dalle viscere delle vittime; Jeffrey Dahmer, che trapanava il cranio delle sue prede allo scopo di versarci dell’acido muriatico... Ma Robert Ressler, oggi in pensione, non ha mai perso la sua flemma. “Il mio segreto? La distanza. Mai identificarsi con gli assassini. Io viaggio nel loro cervello come gli speleologi esplorano le grotte, senza mai perdere i riferimenti per non smarrirsi. Il bombarolo della Stiria.  Thomas Muller, austriaco è allievo di Ressler. Ha giocato un ruolo fondamentale in una delle più rilevanti storie criminali dell’Austria moderna. La vicenda ha inizio il 3 dicembre 1993. Il parroco di Hartberg, in Stiria, riceve una bomba carta che lo ferisce gravemente al viso e alle mani. Nello stesso giorno viene ferita una giornalista televisiva che si occupa di minoranze etniche. E due giorni dopo è la volta di Helmut Zilk, ex sindaco di Vienna, che perde una mano. Il 6 dicembre una quarta bomba ferisce seriamente la segretaria di uno studio legale di Vienna. Che sta succedendo in Austria? La polizia riceve un messaggio firmato da un misterioso gruppo politico, l’Armata di liberazione Bajuvare (nome dell’antico popolo della Baviera). Nei mesi seguenti si susseguono altri attentati xenofobi. Le forze dell’ordine riescono a intercettare 6 ordigni, ma nel febbraio del 1995 una nuova bomba uccide quattro persone e ne ferisce dieci. Il congegno esplosivo era stato nascosto dietro un cartello che esortava gli zingari a “tornare in India”. Quando alcuni rom hanno tentato di strapparlo, la bomba è scoppiata. L’Austria è nel panico. La polizia non riesce a identificare questo gruppo di estrema destra, che sembra sorto dal nulla. Entra in scena Thomas Muller. Legge con attenzione le lettere inviate dall’Armata, studia le foto degli ordigni. Le sue conclusione so altrettanto esplosive: non esiste alcun  gruppo politico, dietro gli attentati c’è un solo uomo. Uno psicopatico in preda a un odio inestinguibile. delirio inarrestabile. Per Muller l’uomo ha una cinquantina d’anni. Vive in un piccolo villaggio, saldamente ancorato alle tradizioni. Celibe, ha conosciuto solo delusioni sentimentali. Intelligente ma di origini modeste, non ha potuto proseguire gli studi come avrebbe voluto. Sempre relegato a fare lavori minori, a maturato a poco a poco un’amarezza delirante verso il  proprio Paese e gli stranieri che vi risiedono. Dopo diversi ricoveri in ospedali psichiatrici, si è chiuso in se stesso e non esce neanche più dalla sua stanza, dove fabbrica le bombe con cura maniacale. Muller ha infatti osservato con le pile all’interno degli inneschi sono sempre collocate seguendo l’ordine dei loro numeri di serie. Il suo verdetto è che l’assassino non si fermerà mai. Ma Muller ritiene anche lo si possa provocare. Come? L’uomo è osservato dal rigore: bisogna tentare di ribaltare l’ordine della sua vita in modo  che commetta un errore. Per esempio rendendo di dominio pubblico il suo profilo psicologico, dimostrandogli che la polizia conosce bene lui e le sue ossessioni. “A quell’epoca” racconta Muller “ero terrorizzato dall’idea di saltare in aria aprendo la portiera dell’auto o infilando la mano nella cassetta della posta”. Il 1° ottobre 1997, due donne si presentano al commissariato di polizia.
Un loro vicino non smette di seguirle e di spiarle. Nessuno collega queste dichiarazioni con il caso che sta tenendo l’Austria con il fiato sospeso. Ma quando i poliziotti sorprendono l’uomo nella sua automobile, si accorgono che tiene accanto a sè una strana bottiglia. Non hanno neanche il tempo di verificarne il contenuto che egli la fa esplodere, spappolandosi le mani. Il piano predisposto da Muller aveva funzionato perfettamente. L’uomo, reso totalmente paranoico dalla pubblicazione del suo profilo, si era messo in testa che le due donne fossero poliziotti. Sul filo del rasoio. Il killer si chiama Franz Fuchs, è un tecnico di 49 anni nato a Gralla in Stiria, da una famiglia indigente che non gli ha potuto pagare gli studi universitari; sognava di diventare fisico nucleare, finirà per fare l’operaio alla Wolksvagen e poi alla Mercedes; volenteroso autodidatta, si sente però incompreso dai suoi capi.
Di ritorno al paese natale,  tenta il suicido; viene internato in un istituto psichiatrico. Poi si chiude nelle due stanze che occupa nella casa di famiglia. Neanche i genitori sapevano che cosa fabbricasse tutto il giorno. Ogni mattina Thomas Muller apre un dossier e si immerge nella scena di un delitto tentando di immaginare nei minimi dettagli i fatti di sangue che si sono svolti. Sposato, padre di due bambini ispira equilibrio e gioia  di vivere. Come fa? “Avanzo sempre come se mi trovassi sul filo di un rasoio: non devo mai perdere il  sangue freddo, mai scostarmi dalla mia voce interiore. E’ questa sola condizione che rimango sano di spirito”. Il maniaco superstizioso. Si conta un solo profiler  negli uffici della polizia giudiziaria francese. La mosca bianca si chiama Pierre Leclair. Barbuto, sorridente, quest’uomo di mezza età, accanito fumatore di pipa, ricorda Maigret. “Non confondiamo” precisa:
“Lo psicocriminologo non è un  poliziotto. Non è suo compito fare ipotesi o trarre conclusioni.
Si limita a studiare in dettaglio gli indizi sul luogo del crimine per comporre la personalità dell’assassino”. E’ così che l’intervento di Leclair ha permesso di arrestare, subito dopo il suo primo crimine, un potenziale assassino seriale. Tutto era cominciato con quella che sembrava una piccola rapina a un vivaio di piante di una località balneare... Nel tardo pomeriggio, un uomo armato entra e minaccia Evelyne, una segretaria rimasta sola in ufficio. L’aggressore intasca il bottino - qualche centinaio di franchi - poi costringe la donna a condurlo alla sua auto. La fa guidare fino a una foresta di pini fuori città,  poi le indica un sentiero e le fa cenno di fermarsi. Intanto scende la notte. Il delirio ha inizio. Violenze, colpi, umiliazioni. Quando l’aggressore è finalmente stufo, estrae un coltello e vibra 12 colpi a Evelyne. Sicuro che la vittima sia morta, fa per coprirla di terra e di rami. Ma Evelyne grida è ancora viva. L’assassino solleva ancora una volta l’arma contro di lei, ma deve fuggire per il sopraggiungere di alcuni passanti, richiamati dalle urla. Tradito dalle scarpe. Evelyne sopravvive alle ferite, e qualche settimana dopo è in grado di fornire precise indicazioni sul suo aggressore. malgrado ciò l’inchiesta non sortisce alcun risultato. Viene consultato Pierre Leclair. Il profiler legge le testimonianze della vittima, osserva con attenzione le foto della scena del crimine. Tutto a un tratto nota un dettaglio. Chiede di interrogare Evelyne, che però non è entusiasta all’idea di raccontare ancora una volta il suo calvario. Ma lo psicologo le pone una sola domanda: “L’assassino ha adottato un comportamento particolare riguardo alle sue scarpe?” Scavando nel profondo della memoria Evelyne rivede un effetti il suo boia toglierle le scarpe. Leclair la incita a ricordare ancora. L’assassino ha anche avuto cura di incrociarle le mani sul petto prima di seppellirla. E questo che lo psicologo voleva sapere: sulle fotografie ha osservato che le scarpe di Evelyne erano state posate con cura vicino al suo corpo. Nel sotterrarla, l’assassino non aveva voluto solo nascondere il cadavere aveva organizzato un vero e proprio rito funebre. Il dettaglio delle scarpe tradisce una superstizione precisa: l’omicida voleva impedire alla sua vittima di tornare a tormentarlo. Leclair consiglia ai poliziotti di orientare le ricerche verso le comunità religiose della regione con inclinazioni all’esoterismo. Ma senza esito. Poi gli inquirenti rivolgono l’attenzione ad alcune famiglie tzigane accampate non lontano dal luogo del crimine: numerose usanze rom riguardano l’ultimo viaggio dei morti. Presto i sospetti trovano riscontro. L’assassino viene identificato, localizzato e arrestato in Spagna. Senza il dettaglio delle scarpe, sarebbe ancora libero.
LA RADICE XENOFOBA Degli attentati indica un forte attaccamento alle tradizioni locali.
SE A 50 ANNI non  è sposato (è libero di fare bombe) ha avuto molte delusione amorose.
L’USO DELL’ESPLOSIVO è sintomo di grave frustazione sul lavoro. Rinchiuso in se stesso, è stato probabilmente ricoverato in ospedali psichiatrici. La meticolosità con cui fabbrica le bombe è sintomo di un’ossessione per l’ordine.

I CECCHINI DI WASHINGTON

Nelle prime 3 settimane dell’ottobre 2002, negli Stati Uniti americani del Maryland e della Virginia, 10 persone furono uccise e altre 3 ferite dal “cecchino dell’autostrada”. Le vittime, scelte a caso, venivano freddate con un solo colpo di fucile. Lo sniper (cecchino in inglese) sfidò la polizia, chiedendo un riscatto in cambio di sicurezza. Per questi delitti furono arrestati Muhammad (41 anni, veterano della guerra del Golfo) e il suo figliastro giamaicano John Lee Malvo (17 anni), che avevano attrezzato il baule di un’auto da dove poter colpire indisturbati.

DONATO BILANCIA

In sei mesi tra l’ottobre del 1997 e l’aprile del 1998. Donato Bilancia uccise 17 persone, tutte tra Liguria e Piemonte. La prima vittima il gestore di una bisca clandestina fu soffocata, le altre furono uccise con una pistola. All’inizio colpì per regolare conti in sospeso e per profitto, poi ci prese gusto, passando a omicidi a sfondo sessuale: 4 prostitute 2 viaggiatrici assalite nella toilette dei treni in Liguria. Al processo si dichiarò “un folle lucido”. Affetto da gravi disturbi della personalità, fu però ritenuto capace di intendere e di volere e condannato a 13 ergastoli.

IL MOSTRO DI MERANO

Nel 1996 Ferdinand Gamper commise 6 omicidi in un solo mese tutti nei dintorni di Merano (Bz).
Uccideva con una carabina calibro 22, modificata per essere usata senza doverla estrarre dallo zainetto in cui era nascosta. I bersagli erano scelti a caso, anche se 5 su 6 risultarono di etnia italiana. Lasciava biglietti che descrivevano come lui considerava le vittime: sono in Italiano emigrante, e un killer di bambini. Negli stessi messaggi sfidava la polizia: “Ancora una volta siete arrivati in ritardo”. Fino a quando, inseguito dalla polizia si barricò in una stalla, uccidendo un carabiniere prima di suicidarsi.

IL MOSTRO DI TERRAZZO

Gianfranco Stevanin, 28 anni al momento del primo assassinio, uccise a scopo di libidine 6 donne in 6 anni, tra il 1988 e il 1994. Agì nei dintorni di Verona, secondo una schema fisso: prima aveva rapporti sessuali con le vittime (4 prostitute, una cameriera e una studentessa) poi le torturava e, dopo averle soffocate a mani nude o con un sacchetto di plastica, ne mutilava e sezionava i corpi, seppellendo i resti. Gli fu diagnosticata una “sindrome del lobo sinistro”, che avrebbe causato incapacità  di giudizio. Condannato all’ergastolo in primo grado,  la sentenza di appello ne ordinò l’internamento  in un ospedale psichiatrico giudiziario.

IL CANNIBALE DI ROSTOV

Andrej Chikatilo, nato nel 1936 in Ucraina, seviziò, uccise, mutilò e divorò 53 persone nella regione di Rostov (Russia): 21 bambini 14 bambine e 18 donne. Nel solo 1984 fece 17 vittime. Sessualmente impotente, al processo disse di avere la mente sconvolta dai racconti sulla scomparsa del fratello, secondo la madre di Chikatilo rapito e mangiato durante la carestia del 1930. Al processo negò i delitti che aveva confessato, ma lo stesso fu condannato a morte e fucilato nel 1994.

IL MOSTRO DI MILWAUKEE

Jeffrey Dahmer uccise e sezionò la sua prima vittima nel 1978 a 18 anni. Si ripetè nel 1987, poi mise in scena il suo rito necrofilo sempre più spesso: abbordava giovani ragazze, li drogava e abusava sessualmente prima e dopo averli strangolati. I corpi venivano mutilati e dissolti con acidi, ma conservava le teste e alcuni organi, congelati e in parte divorati. Ogni fase era documentata con foto. Finché il 22 luglio 1991, due poliziotti di Milwaukee (Ohio, Usa) intercettarono un giovane appena sfuggito al mosto. Dahmer fu ritenuto sano si mente e condannato a 957 anni di galera per 17 delitti.
Il 28 novembre 1994 fu assassinato da due compagni di prigionia.

IL CLOWN ASSASSINO

John Wayne Gacy, nato nel 1942, confessò nel 1978 di avere ucciso almeno 33  tra bambini e ragazzi a partire dal 1972. Gacy era ben conosciuto nel quartiere di Chicago in cui viveva per la sua generosità e come animatore delle feste di compleanno, dove si esibiva nei panni di “Pogo il clown”.
Fu riconosciuto colpevole di avere ucciso 33 vittime, i cui resti furono trovati sepolti nel giardino della  sua abitazione. Fu giustiziato il 10 maggio 1994, dopo 14 anni passati nel braccio della morte.

LO STRANGOLATORE DI BOSTON

ALTRI CRIMINI
Albert De Salvo, classe 1931, seminò il terrore fra le donne di Boston (Usa) fra il giugno 1962 e il gennaio 1964. Le sue 13 vittime subirono lo stesso trattamento: violenza sessuale e strangolamento.
I loro corpi furono ritrovati in pose oscene. Albert De Salvo che conquistava le fiducia delle donne spacciandosi per un investigatore sulle tracce dello strangolatore, fu catturato grazie all’identikit di una vittima designata che aveva risparmiato. Fu assassinato in carcere con una pugnalata al petto.

MALDESTRI CRIMINALI

Un morso proprio lì. Dopo aver seminato il panico nella capitale indonesiana, è stato finalmente arrestato il cosiddetto “mangiapeni di jakarta”. Addentati secondo l’agenzia di stampa Antara, l’uomo che agiva vestito da donna e con i capelli lunghi, aveva morso i genitali di almeno cinque ragazzi indonesiani. E’ stato individuato dopo aver morso un autista di autobus che lo aveva scambiato per una prostituta.

Morte tua, vita mia. Due giovani mozambicani, Amerko Manyke e Phelex Chauke, sono stati arrestati in Sudafrica dopo che nella loro borsa la polizia ha trovato un paio di testicoli umani. I due sono stati accusati dell’omicidio di Thomas Mthuki (21 anni), probabilmente “proprietario” degli organi. Ricercati gli assassini speravano di ricavare mille dollari dalla vendita dei testicoli, prezioso ingrediente per una forma di medicina tradizionale.
Quando bevo un goccetto non mi controllo più. Questa la sconcertante dichiarazione che Iriu C. ha rilasciato alla polizia di Sebastopoli, in Ucraina, dopo essere stato arrestato per aver ucciso cinque persone, mangiandone parzialmente due. Gourmet. Iriu, 34 anni ha anche dimostrato un gusto particolare non solo ha mangiato unicamente le sue vittime più giovani ma ha cominciato sempre dal cuore e fegato le parti più tenere.

PIETRO PACCIANI

IL MOSTRO GIOCAVA CON GLI INQUIRENTI:
SPEDI’ PERSINO UNA BUSTA CON I RESTI DI NADINE
Finita la visita, congeda l’ultima paziente con un formale inchino, sfila il camice bianco, chiude l’ambulatorio al termine dell’ennesima giornata pesante, iniziata di buon’ora in ospedale.
A casa, una villa solitaria in collina, cena in silenzio con la vecchia madre. Ma in alcune maledette notti senza luna, Il dottor Jekyll diventa mister Hyde, il medico (un chirurgo, forse un ginecologo) diventa il mostro. Va a caccia di coppietta appartate, eppure non è un guardone. Anzi gli ripugna il piacere degli altri, e uccide e mutila sempre prima che venga compiuto l’atto d’amore. Perchè lui deve impedire quell’atto.
Caccia all’insospettabile.
Questo suggestivo shockante identikit psicologico tracciato in tempi remoti dal criminologo Francesco Bruno forse non è lontano dalla realtà. Perchè la storia del “Mostro di Firenze” sembra disegnare un cerchio. Un cerchio che non si è chiuso. Per anni si è immaginato che il protagonista invisibile e irraggiungibile della più grande storia criminale italiana dev’essere un medico. E non solo nella fantasia popolare. Magistrati e poliziotti hanno a lungo scandagliato questa pista, nell’ultima fase delle indagini (dal 1996) anche seguendo le rivelazioni dell’unico pentito dell’inchiesta. Giancarlo Lotti. Lotto disse che lui faceva il palo mentre Pietro Pacciani e Mario Vanni massacravano le coppiette ma rivelo anche che le ragazze venivano straziate a colpi di coltello per vendere i feticci “a un medico”. Mai identificato. Negli Anni ‘80 fu sospettato un ginecologo umbro con villa a San Casciano, il paese di Vanni. Poi, nell’ottobre 1985, questi scomparve nelle acque del lago Trasimeno. Solo 17 anni dopo la sua morte, la salma è stata riesumata per fare una tardiva autopsia e dare sostanza all’agghiacciante ipotesi che l’uomo fosse quantomeno il custode dei feticci del mostro. Ma a tuttoggi nessun riscontro può impedire che i parenti ne difendano la memoria. Così non è mai stato provato nulla contro un’altro chiacchieratissimo ginecologo con villa all’Impruneta (provincia di Firenze) e ambulatorio a San Casciano. Era fratello di un ambasciatore, a sua volta sospettato (ma lui smentì sempre) di frequentare una setta satanica. Oggi, dopo 8 duplici omicidi, a 35 dal primo e 18 dall’ultimo, restano una montagna di carte, un cumulo di dubbi e fondamentali interrogativi irrisolti. Il mostro di Firenze è morto? E’ diventato troppo vecchio per uccidere e mutilare? Oppure il mostro, un mostro a più teste, è stato arrestato, come sostengono gli inquirenti?
La pista Sarda.
Un punto fermo sono le verità processuali. Sospetti, arresti, ma anche tanti proscioglimenti accompagnarono la famosa “pista sarda”. Entrarono nell’inchiesta i fratelli Stefano e Giovanni Mele, il cognato panettiere Pietro Mucciarini e soprattutto i fratelli Salvatore e Francesco Vinci. Non ci fossero di mezzo tragedie, fra loro e la letteratura, questi ultimi sarebbero insuperabili personaggi da romanzo noir. Infatti, non solo i Vinci erano emigrati in Toscana da Villacidro, il paese del cagliaritano dal quale certamente proveniva la pistola usata per tutti i delitti, una calibro 22 compresa in uno stock rubato in un’armeria, ma dietro di loro hanno lasciato una scia di misteri, Francesco fu assassinata e bruciato nella sua auto e Salvatore, uscito dall’inchiesta sui delitti del mostro, è scomparso. Molti sostengono si sia rifugiato in Spagna, dove sarebbe morto, come confidato da una donna (anch’essa misteriosa) alle sorelle che ancora vivono a Villacidro. Ma non tutti ne sono convinti. Il nome di Pietro Pacciani, contadino di Mercatale, 20 km a sud di Firenze, comparve per la prima volta nell’inchiesta per una lettera anonima giunta ai carabinieri di San Casciano il 19 settembre 1985, 11 giorni dopo l’ultimo delitto. C’era scritto. “Fate indagini sul concittadino Pietro Pacciani, un uomo violento e impulsivo”. Ci si fermò a un interrogatorio e a una perquisizione domiciliare senza esito. Passano 6 anni e, il 30 ottobre 1991, i pubblici ministeri Pier Luigi Vigna e Paolo Canessa inviano a Pacciani un avviso di garanzia per i delitti del mostro. Sembra che a inchiodarlo sia un... computer. Gli investigatori avevano affidato a un computer migliaia di nomi di pregiudicati per reati a sfondo sessuale. Si erano incrociati  nomi, eventuali condanne, periodi di detenzioni, date dei delitti del mostro. Alla fine il computer aveva detto Pacciani. Coppiette a parte, “il vampa”, come Pacciani è soprannominato con la facilità  con la quale s’infuria è un mostro perfetto. Dal 1987 al 1991 era stato in carcere con l’accusa di aver violentato le due figlie avute da Angiolina Manni, sposata nel 1964. Ma ha un’altro precedente, che peserà come un macigno. Nel 1951, all’età di 26 anni, Pacciani aveva sorpreso nei boschi di Vicchio del Mugello la quindicenne fidanzata Miranda Bugli a far l’amore con Severino Bonini. Aveva massacrato l’uomo con 19 coltellate e costretto la ragazza ad avere un rapporto con lui accanto al cadavere del rivale. La ricostruzione dell’omicidio dimostrò che Pacciani aveva aggredito Bonini mentre Miranda aveva scoperto il seno sinistro. Il ricordo, secondo gli accusatori, lo avrebbe ossessionato per tutta la vita (il mostro mutilò le sue vittime sempre al seno sinistro.
Condanna e assoluzione.
Ma le prove? Spuntano in seguito. Schiaccianti. Per alcuni. Per altri, così clamorose da sembrare un regalo agli inquirenti e un modo per incastrare Pacciani. Il 29 aprile durante una maxi perquisizione nella misera abitazione di Mercatale, Ruggero Perugini, capo della Sam (Squadra antimostro), trova infilato in un paletto di cemento rotto che Pacciani  usava per tenere i filari dell’orto un proiettile calibro 22 Winchester con una H incisa sul fondo: il marchio di tutti i delitti. In maggio si trovano anche i pezzi di stoffa identici a quelli che accompagnavano un’asta guidamolla di una pistola compatibile con quella dei delitti, arrivata ai carabinieri dentro una busta anonima. In giugno gli scoprono in casa oggetti simili ad altri appartenuti a due delle vittime, i tedeschi. Il 1° novembre 1994, Pacciani, 69 anni viene condannato a 14 ergastoli per 7 duplici omicidi. Rimane escluso il primo, per il quale non ci sono prove. Ma in appello, il 13 febbraio ‘96, Pacciani viene assolto da tutto, addirittura su richiesta della pubblica accusa.
Compagni di merende.
Il vero colpo di scena c’era stato il giorno precedente con l’arresto di un postino in pensione, Mario Vanni, detto “Torsolo” perchè alto e magro amico di Pacciani. Vanni era già comparso come testimone al primo processo il 26 maggio 1994. Dopo che per giorni in aula si era parlato solo di massacri e mutilazioni, aveva esordito dicendo: “il con Pacciani sono solo andato a far merende”. Incredula e sgomenta, nel 1996 l’Italia conosce le facce stranulate e i vizi inconfessabili dei “compagni di merende”, frequentatori di bettole e prostitute, personaggi violenti sempre pronti a minacciare e anche a sottomettere sessualmente i più deboli. Se Pacciani era stato in galera perchè di notte svegliava e molestava le figlie, Vanni aveva scaraventato giù dalle scale la moglie incinta (la figlia nacque menomata e poi morì). Con i due incriminati anche Giovanni Faggi, ex rappresentante di piastrelle, già arrestato poi assolto per il delitto degli Scoperti del 1985, e Giancarlo Lotti, detto “Katanga” o “King Kong” perchè considerato un menomato. Fu proprio Lotti, succube di Pacciani di cui, almeno una volta dovette soddisfare le voglie, a rivelare la dinamica di alcuni delitti. E fu per le sue deposizioni che Vanni finì all’ergastolo mentre lo stesso Lotti fu condannato a 30 anni di carcere. Infarto...
E Pacciani? In attesa di un nuovo processo per decisione della Corte di Cassazione, nel primo pomeriggio del 22 febbraio 1998 viene trovato morto nella casa di Mercatale dove viveva solo abbandonato e insultato da Angiolina, aveva cercato inutilmente di farla tornare. E’ disteso sul pavimento, fra la cucina e il bagno, con i pantaloni abbassati e la maglietta arrotolata sul petto.
L’autopsia parlerà di arresto cardio-circolatorio ma sul decesso si indaga ancora. La sera prima, a casa sua era sicuramente presente un misterioso erborista. Pacciani si è portato nella tomba tanti segreti, e molti sono convinti che qualcuno lo abbia aiutato a portarseli via. Per esempio come mai sia Pacciani che Vanni possedevano decine di milioni di lire, soldi non giustificati dai loro introiti ufficiali? Ricattavano qualcuno? Venivano pagati per qualcosa?
Ultimo atto i mandanti.
C’è un nuovo filone d’inchiesta, aperto da tre anni e che nelle intenzioni di alcuni inquirenti, potrebbe portare alla scoperta di supposti mandanti dei delitti. Si basa su un’ipotesi coerente e credibile, ma finora, assolutamente romanzesca. Questa: “i compagni di merende” avrebbero agito su commissione di un gruppo di insospettabili, aderenti a una setta satanica che compiva macabri riti, anche con sanguinolenti reperti anatomici. Un pittore svizzero, Claudie Flabiart, suggerì agli inquirenti che la “cupola” si riuniva in una bella villa a due passi da San Casciano, un tempo casa di ricovero, poi albergo-ristorante.
Una villa nella quale, il pittore dimorò 2 anni, prima di scappare terrorizzato. Invano la polizia ha cercato in questa dimora una cripta segreta per i riti magici. Invano le proprietarie sono state interrogate a lungo, proprio loro che avevano dato il via al filone d’inchiesta dicendo alla polizia che lo strano e riservato pittore che ospitavano era fuggito all’improvviso, lasciando in camera una pistola, coltelli, foto pornografiche, disegni macabri... Non è saltato fuori nulla. Il mostro non c’è più, restano i misteri.
Gli otto duplici omicidi del mostro di Firenze.
Stessa pistola con cartucce calibro 22 long rifle marca winchester e una H impressa sul fondello.
E stessa ferocia.
Panico.
Di fronte all’impotenza degli investigatori. Irrisi da un nuovo massacro ogni volta che sembravano sulla pista giusta, da Firenze si diffusero in tutta Italia orrore e panico.
Ecco date, nomi e crimini del mostro.
21 agosto 1968
Antonio Lo Bianco (31 anni) e Barbara Locci (29) sono freddati in auto, Stefano Mele, marito di lei, prima confessa poi accusa altri amanti della donna.
14 settembre 1974
Otto spari sulla Fiat 127 di Pasquale Gentilcore (19 anni) e Stefania Pettini (18). Lui muore subito, lei e poi colpita con 97 e il suo cadavere oltraggiato.
6 giugno 1981
Giovanni Foggi (30 anni) e Carmela De Nuccio (21) sono uccisi su una Fiat Ritmo, Per lei anche 17 coltellate e l’asportazione del pube.
22 ottobre 1981
Nove colpi per Stefano Baldi (26) anni e Susanna Cambi (24) su una Golf  lei viene trascinata in un canale. Anche il suo corpo subisce la rituale mutilazione.
19 giugno 1982
Paolo Mainardi (22 anni) e Antonella Migliorini (19) aggrediti tentano la fuga, ma l’auto finisce in un fossato, lei viene uccisa lui ferito. Morirà in ospedale.
9 settembre 1983
Su un furgone Wolkswagen attrezzato a camper, vengono ammazzati due ragazzi tedeschi Horst Meyer e Uwe Rusch Sens, che aveva lunghi capelli biondi.
22 luglio 1984
Uccisi su una Panda,  Claudio Stefanacci (22 anni e Pia Rontini (18). A lei, dopo aver subito la solita mutilazione viene anche asportato il seno sinistro.
8 settembre 1985
Spari a Jean Michel Kravechvili (25 anni) e Nadine Mauriot (36) in una tenda canadese. Lui ferito tenta di fuggire ma è accoltellato. Lei viene mutilata come Pia.
SERIAL KILLER: A QUANDO LA PROSSIMA VITTIMA?
Si può prevedere quando un serial killer commetterà il prossimo omicidio? Se secondo Rense Lange, dell’Università di Springfield, che nel 1999 ha applicato la “teoria delle catastrofi” (sviluppata dal matematico Thom negli anni ‘70) al comportamento di 11 serial killer.
Tipico.
Questa teoria descrive matematicamente come fenomeni improvvisi e inaspettati, per esempio la rottura di un elastico, possano nascere da forze graduali e continue. Così Lange ha scoperto che il numero di giorni tra un delitto e l’altro segue uno schema, non necessariamente regolare, ma tipico di ogni serial killer.
Catastrofe.
Le equazioni che descrivono tali schemi danno quindi un’indicazione abbastanza affidabile di quando verrà commesso l’omicidio successivo. Secondo Lange, il successo dell’applicazione della teoria delle catastrofi a questo campo è una conferma delle teorie psicologiche che descrivono l’omicidio come il risultato della rottura dell’equilibrio tra sensazioni opposte (come quella di essere invincibile e insieme indifeso) presenti nella mente dei serial killer. Proprio come un elastico che si spezza.
Pietro Pacciani.
Presunto mostro di Firenze. Prima condannato, poi assolto. Trovato morto in casa il 22/2/1998.
Mario Vanni.
Condannato per gli ultimi quattro degli 8 duplici omicidi delitti del mostro detenuto in carcere.
Barbara Locci.
Prima presunta vittima del mostro 21/8/1968.
Salvatore Vinci.
Indagato e poi scagionato per i delitti del mostro scomparso.
Fabio Vinci.
Convivente di Milva Mattei, si era ridotto a vivere in una Fiat 500. Trovato morto nell’auto. Dicembre 2002.
Antonietta Sperduto.
Costretta a ripetute violenze e umiliazioni da parte di Pacciani e  Vanni.
Milva Malatesta.
Bruciata nella sua auto. 19/8/1993.
Francesco Vinci.
In passato amante di Barbara Locci, poi legato a Milva Malatesta, restò in carcere accusato per il duplice delitto del 1982. Trovato bruciato in auto. 7/8/1993.
Milva Mattei.
Strangolata e bruciata nella sua casa. 24/5/1994.
Renato Malatesta.
Succube di Pacciani e Vanni. Trovato impiccato, ma con i piedi a terra. 24/12/1990.
Vincenzo Limonigi.
Trovato impiccato in carcere. Probabile suicidio.
Mirko Rubbino.
Bruciato in auto con la madre all’età di 3 anni. 19/8/1993.
Angelo Vargiu.
Pastore di Francesco Vinci, bruciato con lui in auto. 7/8/1993.
Paolo Mainardi Antonella Migliorini.
Vittime del 5° duplice omicidio del mostro. 19/6/1982.
Francesco Ferri, presidente della Corte d’Assise che assolse Pacciani.
I sospetti sulla fine di Pacciani trovano conferma in un documento
ULTIMISSIME SUL “MOSTRO DI FIRENZE”: ECCO LE VERITA’ MAI RACCONTATE
Una lettera anonima inviata tre anni prima che il contadino di Mercatale morisse:
“Verrà fatto fuori prima di riprocessarlo per chiudere tutto”. Poi due libri clamorosi.
Le rivelazioni del supertestimone. E l’accusa di un ex magistrato.
Il documento è anonimo ed è datato 1995. Se ne conosceva l’esistenza, ma non il contenuto. La sua pubblicazione dimostra che i sospetti sulla fine di Pacciani hanno più di un fondamento. Il contadino, trovato morto nel 1998 nella sua casa, con i pantaloni mezzo calati, potrebbe veramente essere stato ucciso. Di fatto, qualcuno ne preannunciò la fine con tre anni di anticipo. Divulghiamo questo scritto, perché tutta l’inchiesta sul mostro di Firenze è caratterizzata da lettere e telefonate senza paternità.
E se l’intera indagine è andata avanti dopo iniziali input anonimi, allora anche il preannuncio della fine violenta di Pacciani va preso in considerazione e ne deve essere vagliata la credibilità.
L’annuncio di morte: “Noi si sa che a Sesto”, scive l’estensore del “de profundis” su Pacciani, “c’è un vecchio medico che ha scritto una specie di libro sul mostro e che lui ha una prova sicura di dimostrare che il Pacciani non può essere lui il mostro, ma un chirurgo impazzito e vuole farsi testimoniare all’appello, che è sicuro che il Pacciani lo uccidono i dottori prima di riprocessarlo, per chiudere tutto e lui rimane per sempre il mostro vero”. Le missive senza paternità sono un leit motiv: si cominciò con quella del 1985 (“indagate sul contadino di Mercatale, Pacciani Pietro, che violenta le figlie”); per finire con altre che hanno dato inizio alla nuova fase dell’inchiesta del poliziotto-scrittore Michele Giuttari e del pubblico ministero Paolo Canessa: la ricerca dei mandanti che commissionavano ai “compagni di merende” Pietro Pacciani, Mario Vanni (detto Torsolo) e Giancarlo Lotti (detto Katanga, morto un paio di anni fa), i delitti da commettere e i “reperti” macabri da consegnare come feticci. Il contadino di Mercatale fu dunque, secondo il suggeritore sconosciuto, eliminato con un letale cocktail di farmaci. Ma perchè? Forse perchè si accingeva a parlare? O perché si voleva impedire che la Cassazione confermasse la sentenza d’assoluzione della Corte d’Assise di Firenze?
Il supertestimone:
L’unico che davvero ne sa qualcosa è l’avvocato Pietro Fioravanti, storico difensore dell’ex mostro.
Ma il legale non parla, vincolato com’è dai magistrati, che lo hanno interrogato per otto ore.
Si limita a preannunciare, visto che tutti scrivono libri (con riferimento al recente Scarabeo, di Michele Giuttari, lanciato proprio nei giorni in cui l’inchiesta riprendeva il via, ma in altra inedita direzione, anche io ne ho scritto uno: Confessioni di un mostro, questo il titolo. Dentro ci sarà tutto quel che Pacciani mi disse, tutti i segreti che mi rivelò. Sarà un libro esplosivo. A sei anni dalla sua morte, (1988) e davanti al procedere di questo nuovo filone di indagine ritengo sia giunto il momento di far conoscere la verità da me apprese come difensore del contadino.
Il vero nome del mostro:
L’inchiesta attuale ha alla base una teoria: a Firenze agiva una segretissima lobby satanica composta da persone eccellenti, insospettabili. Una regista Rai, apparentemente bene informata, raccontò anni fa in una intervista: “il mostro di Firenze è un personaggio molto noto e potente, con una doppia identità, e fa parte di una terribile setta satanica. Mi ha confessato che i membri uccidono l’uomo e la donna nell’atto di accoppiarsi per uccidere l’amore e colpire Dio. Mi ha detto anche: “Io strappo il pube o il seno con un coltello milleusi, e lo faccio non solo per odio, ma perchè, secondo la setta, durante l’atto sessuale, il corpo libera energie di cui ci si può servire anche per curarsi o per aumentare la forza fisica”. Secondo Michele Giuttari e Paolo Canessa, il gruppo satanico era composto da numerosi personaggi, alcuni dei quali oggi indagati, che, dopo orge a base di sesso e cocaina, commissionavano ai tre compagni di merende i delitti. Teoria audace e forse indimostrabile, soprattutto se, come si è appreso, l’obbiettivo vero dell’inchiesta sarebbe il personaggio “stratosferico” di cui parla la regista Rai, uno di quei nomi della Firenze che conta, che al solo pronunciarlo, provoca scottature, insomma. Insomma gli inquirenti vogliono arrivare al “mostro dei mostri”, a quel nome che molte telefonate anonime hanno fatto, ma che viene tenuto sullo sfondo per prudenza o per paura.
Le registrazioni sparite:
“Il mio telefono era sotto controllo Ricevetti almeno cinque telefonate nelle quali si facevano nomi altisonanti. Ebbene, quelle registrazioni sono sparite, non si trovano più. Devo dire”, precisa Pietro Fioravanti, “che la storia delle sette può anche essere vera, ma la realtà è il gruppo, secondo le segnalazioni che ho ricevuto, praticava sesso con ragazze vergini, consumava droga e poi tutto finiva lì. Non vorrei che si ripetesse quel che è successo al Pacciani: siccome era un’impresentabile, una figura screditata perché aveva violentato le figlie, gli si cucì addosso l’abito del mostro”.
La lunga scia dei morti:
Nelle convinzioni degli investigatori, c’è anche la considerazione che, oltre alle 16 vittime del mostro di Firenze, ci sono almeno altri 15 morti misteriose, se non tragiche, e vale la pena ricordarle, anche se questo non fa altro che ingarbugliare ancora di più il ginepraio dell’inchiesta sui delitti delle colline toscane, il thriller più “affascinante” della storia criminale mondiale, la cui soluzione darebbe lustro eterno al suo solutore. Iniziamo con il marchese Corsini, morto per una fucilata in faccia, proprietario della villa dove un ginecologo perugino, Francesco Narducci, aveva preso in affitto due stanze.
Narducci, fu ritrovato annegato e incaprettato (secondo la testimonianza di un pescatore anonimo) non il 13, ma il 9 ottobre 1985, sulle rive del lago Trasimeno e sulle modalità di quel ritrovamento indaga ora la Procura di Perugia, che ha iscritto il padre dell’annegato, un questore e un medico legale nell’apposito registro. Per non parlare dell’orrenda morte di Milva Malatesta e del figlio Mirko Rubino, bruciati nella loro auto nel 1993. La donna era figlia di Maria Antonietta Sperduto, amante di Pacciani e di Renato Malatesta, che morì impiccato (...ma i piedi che toccavano in terra...). Arriva poi l’ora di Francesco Vinci, prima sospettato dei delitti e del suo scudiero, il pastore Angelo Vargiu, incaprettati e bruciati nella Volvo di proprietà del primo, nel 1993. Salvatore Vinci fratello di Francesco, sospettato anche lui di essere il mostro, scomparve misteriosamente nel 1989: era uno degli amanti di Barbara Locci, la prima vittima della Beretta calibro 22. La moglie di Salvatore, Barbarina Steri, fu uccisa. Brutta fine anche per il ginecologo Giulio Zucconi, di San Casciano, sospettato (nei pettegolezzi della gente) di essere l’autore dei delitti e per questo morto di crepacuore. Salvatore Indovino, mago con villetta sulla via parallela agli Scoperti, luogo dell’ultimo duplice omicidio, organizzava orge emesse nere, morì di un tumore fulminante. Suicida, invece, anche il macellaio di Quarrata, vicino a Pistoia, finito tragicamente nel 1985, dopo che venne reso noto l’identikit del mostro che si somigliava.
Quanti erano i mostri:
La nuova teoria sui mandanti, però, cozza con le certezze dei pentiti fino a oggi acquisiti nei processi.
Francesco Ferri, presidente della Corte d’Assise che assolse Pacciani, oggi in pensione, ci riceve in casa sua a Firenze. “Non rilascio interviste”, dice, “quel che avevo da dire l’ho scritto”.
Ed eccolo qui il libro bomba (il caso Pacciani, edizioni Pananti, Firenze), dove il pensiero del magistrato sconvolge: ”Dall’originario maniaco isolato unico al mondo nella storia della criminologia per l’assoluta peculiarità delle sue deviazioni sessuali”, sostiene Ferri, “si è passati a una combriccola di ubriaconi, frequentatori e sfruttatori di prostitute, una piccola banda tipo Amici miei  in peggio ancora più volgare nella versione vernacolare paesana, le cui “zingarate” consistevano talvolta nelle “merende” e, soprattutto nelle bevute in cantinette varie talvolta nella ricerca di un facile sesso nei dintorni della stazione del capoluogo, talvolta in messe nere e in sedute di magia da quattro soldi, e, infine, ma nel periodo cruciale, almeno una volta o due l’anno, in orrendi delitti a scopo di libidine. Secondo questo nuovo quadro, andrebbe riscritta tutta la dottrina della criminologia”. Nella contenuta prosa del magistrato non mancano affondi tremendi contro l’inchiesta: “Quel che doveva essere un caso serio, è divenuto un caso da servette”. E ancora, citando le perizie scientifiche: “L’analisi delle dinamiche materiali dei delitti, porta ad avallare l’azione di una sola persona e a escludere il concorso di complici. “I dati criminalistici e medico legali, orientano verso un soggetto maschio, destrimane, altezza un metro e ottanta e oltre, robusto, agile, discreto nel maneggiare armi da fuoco, abituato all’uso di strumenti da taglio, scaltro, abile, freddo nell’azione delittuosa e che raramente è in grado di avere rapporti sessuali. Da ciò si può dedurre, in linea di massima, che l’omicida sia un uomo non perfettamente integrato sul piano affettivo ed emotivo con una figura femminile”. Tutto il contrario delle persone fino a oggi sospettate, incarcerate, processare, condannate, talora assolte, che le inchieste ci hanno fatto conoscere. In attesa del prossimo libro di Michele Giuttari.

ALEXANDER PICHUSHKIN

Alexander Pichushkin Colpiva al parco
Mi è andata male: avevo deciso di uccidere almeno sessantaquattro persone, tante quante le caselle bianche e nere di una scacchiera, ma sono arrivato solo a sessantadue. Mi avete arrestato a due passi dal traguardo. Avevo la vittoria a portata di mano e voi me l’avete portata via.  Ancora due caselle e avrei completato l’opera. Si, perché sono uno scacchista e ogni vittoria per me era come un trofeo da esibire sulla scacchiera. Erano rimasti due posti liberi, ma stavo per riempire anche quelli. Però un traguardo l’ho raggiunto lo stesso: ho battuto nettamente Andrei Chikatilo, il mostro di Rostov, che si era fermato a cinquantadue omicidi. Era poco più di un dilettante, se lo paragonate a me: sono stato molto, spesso più bravo di lui». Questa è l’allucinante confessione di Aleksandr Pichushkin, un serial killer che da anni terrorizzava Mosca: ubriacava le sue vittime nel paco di Bitsevsky, sud della città, e poi le massacrava. E mentre si accaniva su di loro, rideva forte. Poi andava a riempire un’altra casella della sua macabra scacchiera, scrivendoci  sopra un numero. Era arrivato, appunto, al sessantadue.
«Voi non riuscite a stare senza mangiare, senza bere, e magari senza fare l’amore», ha detto ancora Puchushkin durante la confessione agli allibiti poliziotti. «A me non basta: non riesco a vivere senza uccidere. Se mi avete catturato, avrei continuato a farlo. Avrei cominciato a riempire un’altra scacchiera e poi un’altra ancora».
Parlava con voce quasi metallica, senza mai cambiare tono.
Il suo sguardo era gelido, senza espressione, perso nel vuoto: i suoi occhi sembravano un vetro dipinto. Neppure un’ombra di pentimento durante la confessione, neppure un’ombra di pentimento durante il processo che si è aperto pochi giorni fa a Mosca. È accusato di quarantanove delitti, ma si sente sminuito e assicura quasi con fierezza di averne compiuti sessantadue. Non è solo un assassino, è un mostro. Lui maledice il momento che è stato catturato, perché avrebbe voluto uccidere ancora come Andrei Chikatilo, detto anche “lo squartatore di Rostov”. Chihatilo, prima di essere catturato e fucilato nel 1994, mutilava le sue vittime e ne mangiava alcune parti: si disse che a farlo impazzire fu la cattura di suo padre da parte dei tedeschi, il rapimento di sua madre da parte di un gruppo di soldati della Wehrmacht che la violentarono davanti ai suoi occhi, ma soprattutto la morte, avvenuta anni prima di suo fratello Stepan, che fu assassinato e poi mangiato dalla folla affamata durante una gravissima carestia in Ucraina. Quella scena terrificante gli tornò per tutta la vita negli occhi, come un film dell’orrore trasmesso di continuo, al rallentatore, fino a diventare un’ossessione che lo avrebbe portato alla follia. Ma il caso di Pichushkin, ora trentenne, è diverso: ha gravi turbe mentali ma non sin dall’infanzia, un solo episodio può avere inciso negativamente sulla psiche: aveva perso i genitori ed era stato cresciuto dal nonno, con il quale il piccolo Aleksandr si era legato in modo quasi morboso, perché quell’uomo costituiva tutta la sua famiglia e quasi tutto il mondo,. Ma quando suo nonno, vedovo da molti anni, decise di risposarsi, Aleksandr provò subito una forte gelosia: ebbe l’impressione che la donna che era entrata in casa e che a lui non piaceva avesse preso il posto nel cuore dell’unica persona che lui amava. Diventò sempre più cupo e scostante, andò a vivere per conto suo, poi trovò un impiego in un supermercato della zona sud di Mosca. Il suo unico hobby era il gioco degli scacchi. La sua prima vittima, quando aveva 18 anni, fu un compagno di scuola, colpevole, pare, di avergli portato via la ragazza. Ma le altre sono state quasi tutte persone anziane: Aleksandr voleva vendicarsi, magari inconsciamente dello “sgarbo” subito dal suo nonno?
Attirava gli sconosciuti nel bosco tenendo una bottiglia di vodka in mano e l’approccio era quasi sempre lo stesso: «È appena il mio cane, gli volevo molto bene. L’ho seppellito qui vicino. Ha voglia di bere un sorso con me, accanto alla sua tomba?» Aveva l’aria di uno che soffriva davvero. Perché non stare un po’ con lui per consolarlo e intanto dividere la sua vodka? Ma poi, quando il suo compagno di bevuta era ubriaco, gli occhi di Aleksandr si indurivano, diventavano fessure e nella sua mano compariva un martello. Lo colpiva alla testa con tutta la sua forza   tre, quattro volte, finché
non si accorgeva di avergli fracassato il cranio. Poi veniva preso dall’euforia, rideva forte e si metteva a correre felice per il bosco.
Sceglieva a caso le proprie vittime
La polizia, per anni brancolò nel buio: anche perché ara chiaro che le vittime era scelte a caso e tra loro non c’era alcun legame. Fu proprio Aleksandr ad aiutare volontariamente gli investigatori, per sfidarli: dopo i primi omicidi, anziché fare sparire i cadaveri gettandoli in uno scarico fognario come aveva fatto più volte, cominciò a lasciarli ai bordi di strade frequentate, perché potessero essere trovati più in fretta e più facilmente, come fosse stato preso da una mania di protagonismo: «Volevo che tutti sapessero dei miei delitti, volevo diventare famoso», dirà poi agli inquirenti. Adesso è diventato famigerato: una delle sue vittime miracolosamente sopravvissuta, lo ha denunciato e poi riconosciuto guardando il video di una telecamera di sorveglianza piazzata vicino al parco. Ed il serial killer dal 19 giugno 2006 ha avuto finalmente un nome e un volto, anche se la confessione è arrivata solo nei giorni scorsi. La polizia gli dava la caccia da quattordici anni.
Altri celebri assassini seriali del passato 
A tutt’oggi sono una ventina i serial killer a piede libero e attivi in Italia: dal “Mostro di Udine”, che ha già ammazzato 16 persone, a Una bomber, che finora non ha mai ucciso, ma solo per caso.
In passato, poi, il nostro Paese ha conosciuto altri casi di assassini seriali, rimasti celebri. Eccoli:

1860
Antonio Boggia, 4 vittime
1873-1875
Calisto Grandi, 4 vittime
1928-1932
Cesare Serviatti, 3 vittime
1938-1940
Giorgio Vizzardelli, 5 vittime
1939-1940
Leonarda Ciaciulli, 3 vittime 1977-1984:
“Ludwig” (alias Wolfang Abel e Marco Furlan), 15 vittime

1883-1897
Andrea Rea, 2 vittime
1985-1992
Marco Bergamo, 5 vittime
1992-1993
Luigi Chiatti, 2 vittime
1993-1994
Gianfranco Stevanin, 6 vittime
1997-1998
Donato Bilancia, 17 vittime
2001
Michele Profeta, 2 vittime