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martedì 4 settembre 2012

DORMI

Dolce è il dolore che porti negli occhi,
quanto il perdersi dentro di te.
Ed il lieve infuriare di rabbia che porti
aggrappata alla fragilità.
Dormi che è meglio pensarci domani
alla muta distanza che scorre tra noi
quando non sei vicino a scaldare i miei sogni,
quando i sogni nemmeno son qui.
Dormi che è meglio
dormi che è meglio
dormi che è meglio
dormi che è meglio così.
Non immagini quanto sia dolce sfiorare
dai tuoi incerti sorrisi la felicità.
Anche solo per pochi secondi capire
che qualcosa di buono c’è in me.
Dormi che è meglio
dormi che è meglio
dormi che è meglio per noi.
Dormi che è meglio
dormi che è meglio
dormi che è meglio così. 

mercoledì 8 agosto 2012

ZOCCOLI TAMBURI E DONNE

Tutti hanno scritto di Napoli canzoni appassionate,
tutte le bellezze di Napoli sono state decantate:
da Bovio a Tagliaferri, Di Giacomo a Valente;
in prosa, versi e musica: ma chi può dire più niente?
Chi tiene il coraggio di dire qualcosa
dopo che questi poeti grandi assai,
d’accordo sono stati a dire una cosa
che questo paese non si scorda mai.
Questa Napoli, regina delle sirene,
che più la guardiamo e più gli vogliamo bene.
La tengo intera, intera nelle vene,
la porto dentro al cuore, che ci devo fare?
Napoli sei come lo zucchero,
terra d’amore – che rarità!
Zoccoli tamburi e donne,
è il cuore di Napoli che vuole cantare.
Napoli tu sei adorabile,
senti questo cuore cosa ti vuole dire:
«Zoccoli tamburi e donne,
chi è nato a Napoli ci vuole morire».

LA STATUETTA

Come è limpida questa fronte,
porcellana trasparente,
statuetta di Capodimonte,
come il sole sei lucente!
E guardando questo splendore
- povero me! – mi sono abbagliato.
Si è acceso questo cuore,
e mi sono innamorato.

OCCHI CHE MI PARLATE

Questi occhi tuoi che cambiano
colore ogni momento,
sono belli quando piangono,
sono tutto sentimento.
Se ridono si accendono
come a due fiamme ardenti,
sono stelle lucenti
che tieni sulla fronte tu.

martedì 7 agosto 2012

IL CIMITERO DELLA CIVILTA'

Ieri ha fatto un anno – il dieci maggio,
una mattinate calda e piena di sole -,
pensai in testa a me: «Con che coraggio
io stamattina vado a lavorare!»

Facendo pari e dispari mi alzai:
«Mo me ne vado di sopra al Campo».
In dieci minuti mi vestii
con i mocassini e col vestito blu.
Non feci nemmeno sparare il cannone
che già stavo seduto in cantina,
davanti a un piatto di maccheroni:
un zito che affogava nel ragù.
Con la Pancia piena, a passo…  piano
me ne entrai dentro a una campagna,
in bocca un mezzo sigaro toscano,
che me lo succhiavo come un biberon.

Tutto ad un tratto io vedo un piazzale
pieno di ferraglie vecchie e arrugginite.
È cos’è, neh?... un campo di residuati:
«Il cimitero della civiltà».

Un carro armato con la lamiera rotta…
Trattori vecchi… macchine scassate…
un’«Alfetta» senza le quattro ruote sotto…
pareva il campo santo della Pietà?

Guardando ad uno ad uno questi rottami,
pare che ognuno di loro diceva:
«Guardate qua cosa diventiamo
Quando la vecchiaia subentra alla gioventù».

In mezzo alla pace, a questo silenzio di morte,
tutto ad un tratto sento un bisbiglio…
tiro su le orecchie e sento dire più forte:
«Mia cara Giulietta come va».
Chi è che sta parlando con Giulietta?
In mezzo a sto campo non ci sta nessuno…
Tu vuoi vedere che ce l’hanno con l’«Alfetta»?
Queste sono cose da pazzi. E chi sarà?
Mi muovo piano piano… indifferente,
prendo e mi siedo sopra al carro armato…
quando da sotto mi sento dire: Accidenti!...
e questo chi è? Che vorrà?

Chi ha detto queste parole? Chi ha parlato?
Io faccio sta domanda e salto all’erta…
Sono io che ho parlato: il carro armato…
Proprio da me ti dovevi sedere?

A Napoli non si può stare tranquilli.
Ieri un brutto cane mascalzone
se ferma, mi nasa… alza la coscia di dietro,
e poi mi fa la pipì in faccia,
«Vi prego di accettare le mie scuse,
ve le faccio anche a nome del mio paese;
ma voi siete tedesco o Made un Usa?
E come vi trovate in Italy?».
«Sono tedesco, venni da Berlino
per far la guerra contro l’Inghilterra;
ma poi – chiamalo caso oppure destino –
le mazzate le presi proprio qua!»
«A si… me le ricordo bene le mazzate
che avete preso da noi napoletani…
E quando furono… quattro le giornate,
se non mi sbaglio: o qualche cosa di più?».
«Furono quattro. Mazzate da tutti i lati,
sassi, benzina, sputi in faccia…
dovevate vedere quei scugnizzi
che cosa si fecero afferrare!»
«Caro signore il nostro è un paesino
che ha- è vero – tanta tolleranza;
ma non ci dobbiamo dimenticare di Masaniello
apparteneva a questa gente qua.

E adesso mi dovete scusare l’impertinenza,
prima ho sentito dire «Cara Giulietta».
Fatemela questa confidenza:
se non mi sbaglio era questa «Alfetta qua»?
«Appunto e qui da noi da un mese…
La poverina è stata disgraziata,
è capitata in mano ad un brutto arnese,
…questo non ha saputo mai guidare.
Io me la prenderei con i rappresentanti,
con quelli che danno le patenti;
chiunque di noi, oggi senza contante,
si prende la macchinetta e se ne va».
«Di macchine in Italia c’è abbondanza… -
rispose sottovoce la poverina –
se no che facciamo… poi ci grattiamo la pancia:
quello che viene lo dobbiamo prendere».
«Giulietta raccontate qui al signore   
i vostri guai» - disse il carro armato.
L’«Alfetta» rispose a malincuore:
«Se ci tenete, li racconterò.
Come sapete, sono milanese,
son figlia d’Alfa e di papà Romeo,
per fare me papà non badò a spese;
mi volle fare bella come una regina»
Infatti mi adagiarono in vetrina,
tutta agghindata… splendida… lucente!
Ero un’«Alfetta» ancora signorina
facevo tanto gola in verità!

Un giorno si presenta un giovanotto
con un paccotto di cambiali,
io, poverina, dovetti fare fagotto,
pensando: Chi sa come va a finire!

Si rivelò un cretino, senza gusto:
apparteneva alla “gioventù bruciata”
diceva a tutti quanti: ‘Io sono un fusto,
le donne con me devono cadere!

Senza rispetto, senza contegno…
Cambiava tutti i giorni… signorina:
ci conduceva al solito convegno…
…alla periferia della città.

Quello che cambiava il giovanotto
Chi ma ve lo potrebbe raccontare:
io ne ho mantenute candele
di tutte le specie, e di tutte le qualità:

la signorina di buona famiglia,
la vedova, la zitella e la maritata…
E quanto successe il parapiglia,
stavano proprio con una di questa qua.

In una curva, questo gran cretino,
volle fare un sorpasso proibito,
di fronte a noi veniva un camioncino,
un cozzo, svenni, e adesso mi trovo qua».

«A un fetente come questo ci volesse
un pali atone, una scassata di osse…
Ma come - dico io poi – sono sempre gli stassi
che devono combinare questi guai?»

«E pensate disse donna Giulietta?»
«E che cosa devo fare? – rispose la poverina –
So che domani viene una carretta,
mi prendono e mi portano a fondere».

«Giulietta via fatevi coraggio –
(disse il carro armato). Io ero in Tigre»,
il popolo tremava al mio passaggio!…
Mannaggia alla guerra e chi l’ha voluta dare!

Io so cosa faranno quando mi avranno fusa:
coperchi di casseruole, rubinetti,
incudini, martelli, e qualche maglio,
e una dozzina di ferri da stiro».

LA VITA

La vita è bella, si, è stato un dono,
un dono che ti ha fatto la natura.
Ma quando poi questa vita è una sciagura,
voi me lo chiamate dono questo qua?

E non parlo per me che, storto o morto,
riesco a guadagnare una mille lire.
Tengo la salute e, non faccio per dire,
sono uno di quelli che è capace di fare.

Ma quante ne ho viste di disgraziate:
ciechi, paralitici, scemi, sordomuti.
Gente che non ha visto e mai avuto
un poco di bene da questa umanità.
Guerre, miseria, fame, malattie,
cristiani diventati pelle ed ossa,
e tanta gioventù con il culo nella fossa.
Questo non è un dono, è un’infamità.

SARCHIAPONE E LUDOVICO

«Io vi capisco… sono dispiaciuto…
Solo per i metalli la morte non esiste;
invece un uomo, quando se ne andato,
neanche una caffettiera si può fare!»

aveva diciotto anni Sarchiapone,
era stato un cavallo spavaldo,
ma… ogni bella scarpa è uno scarpone
diventa con il tempo e con l’età.

Da giovanotto sembrava un’inglesino,
uno di quei cavalli ben addobbato
che portano a cavallo per il giardino
una signorina della nobiltà.

Pronto per uscire a zampe a terra,
scalpitava, gli usciva il fumo dalle narici,
faville da sotto i piedi, il fuoco! La guerra!
Si rivoltava tutta la Sanità
Ma… ogni bella scarpa e un scarpone,
con il tempo diventiamo tutti quanti;
venne pure il turno di Sarchiapone.
Questa è la vita! Non c’è niente da fare.

Triste vecchiaia. Che brutto destino!
Tutta la giornata sotto a una carretta
a caricare legname, pietre, vino.
«Cammina, Sarchiapone! Cammina ààh!».

Il carrettiere, infamo e disgraziato, con il bastone in mano dalla parte grossa,
con tutte le forze gliele dà sul costato
sopra la salita per farlo camminare.

Alla stalla lo aspettava Ludovico,
un asinello vecchio come lui:
per Sarchiapone questo era un amico,
compagno della stessa infamità.

Vicino tutti e due asino e cavallo
si facevano la lamentela della giornata.
Diceva l’asino «io ci ho fatto il callo,
mio caro Sarchiapone. Che ci vuoi fare?»

Io  ti capisco, tu ti sei avvilito.
Su tutte le masnade del carrettiere,
e, specialmente, il nostro, è il più cornuto
che mai ci poteva capitare.

Sentimi bene e ascolta quello che ti dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mi devi credere… parola di Ludovico,
che mi è venuto lo schifo di campare.

Noi siamo meglio di loro, te lo dico io:
abbiamo cuore in petto e sentimento.
Quello che l’hanno loro? A no, per Dio!
Nessuno di noi si sogna mai di farlo.

E quante dicerie ho sentito:
«La tale ha partorito nella nottata
una creatura viva e poi l’ha uccisa.
Questo una mamma asina non lo fa!».

«Tu che mi dici Ludovico bello?!
È vero il mondo è così fatto male?».
«E che ne vuoi sapere caro fratello,
non ti ho detto tutta la verità.

Tu sei cavallo, nobile animale,
e certe cose non le concepisci.
Io sono plebeo e so tutto il male
che ti combina questa umanità».

A queste parole il ricco Sarchiapone
disse: «Ludovico io non ci credo!
Io avevo un padrone un padrone
che era una dama, un angelo di bontà.

Mi accarezzava come un ragazzo,
mi dava la zolletta di zucchero a quadri,
spesso si consigliava con il garzone
(se io stavo buono) che dovevo fare».

«Embé! – disse l’asino – mi fai pena.
Ma come, tu non l’hai capito ancora?
Se l’uomo fa vedere che ti vuole bene
e per uno scopo… una fatalità

chi per una mano, chi per un’altra mano,
ognuno tira l’acqua al suo mulino.
Sono questi tutti i sentimenti umani:
l’invidia, l’egoismo, la falsità.

La prova è questa, caro Sarchiapone:
appena sei entrato nella vecchiaia,
per pochi soldi, come uno scarpone,
ti hanno venduto, e sei caduto qua.

Sotto a quello stesso carrozzino
il padroncino tuo a un altro cavallo
se li è comprati proprio stamattina
per percorrere per i sassi della città».   

Il nobile animale non dormì
tutta la nottata, triste e con gli occhi umidi,
e quando dovette uscire sotto la carretta
gli mancavano le forze per tirare.

«Gesù che delusione ho avuto!» -
pensava Sarchiapone con amarezza.
«Sai che ti dico? La devo far finita,
in mezzo a questa gente che ci campo a fare?»

E camminando a bordo di un burrone,
chiusi gli occhi e mi buttai giù.
Volle azzerare il libro Sarchiapone,
e se ne andò dal mondo la verità.

L'INDESIDERABILE

Non so perché se entro in una casa è come fosse un becchino.
E non mi sono ancora persuaso
perché questa gente per mi guarda di traverso,
e la lingua li sento mormorare.
«Quanto è brutto! Possa buttare il sangue!».
«Io gli darei un bicchiere di stricnina!»
«Io quando lo vedo faccio la faccia bianca!».
«Se ne deve comprare tutte medicine!».
«Sotto a un tram adesso che esce da qua!».
E non capisco perché questa gente
si mostra così villana e senza classe,
che tengo la rogna, neh? Io sono l’agente,
l’agente incaricato delle tasse.
Il contribuente mi deve rispettare!

CENETTA (...poco fine!)

Cenullella (…poco fine!)
Mio caro amico, m’hè immitato ‘a ccena al meglio ristorante d’ ‘a città, ma i’ stasera nun sto proprio ‘e vena e aggio deciso ca me ne resto ccà. E ‘na bella serata ‘e luna chiena e i’ resto a casa con la mia metà ca tu saje  ca se chiama Filumena però nun saje ca è bbrava a cucenà. Sul più bel panorama cittadino, ‘ncopp’a terrazza mia, sott’ ‘a tettoia il desinare sarà poco fino di cui però pregusto già la gioia: ‘nu ruoto ‘e stocco e ‘na butteglia ‘e vino… amico carissimo ‘a salute toia!

RAGU'

E’ mò, trasenno ‘a porta, aggiu sentuto l’addore d’ ‘o rragù, perciò… statevene bona!… ve saluto…
Me ne vaco, gnorsì… ca si m’assetto nun me ne vaco cchiù… e succede c’aspetto ca ve mettite a ttavula… e nù sta cchiù certo ‘e che, maccarune ‘a zita l’aggiu ‘ntiso ‘e spezzà trasenno ‘a porta.
E’ overi? E s’è capita tutt’a cucina d’ogge: so brasciole so sfilatore ‘annecchia, niente cunzerva: tutte pummarole passate p’‘o setaccio… e v’è rimasta pure ‘na pellecchia ‘ncopp’ ‘o vraccio…
Pare ‘na macchia ‘e sango…
Permettete?
V’ ‘a levo, comm’è ffina ‘sta pelle vosta… e comm’è avvelutata: me sciulia sotto ‘e ddete… parite cchiù bella, stamattina. ‘O ffuoci, comme fosse, v’ha appezzata. State cchiù culurita… cchiù certo è che… so naccarune ‘e zita… ma i me ne vaco… addio… ca si m’assetto nun me ne vaco cchiù… e succede c’aspetto ca ve mettite a ttavula… p’avè ,nu vaso c’ ‘o sapore ‘e ‘stu rraù!

LA REGINA DI NAPOLI

‘A riggina ‘e Napule (‘a pummarola)
ce ne stanno riggine ‘ncoppa ‘a terra,
ca fanno bene a chesta umanità
ca so’ carnale e ca nun fanno ‘a guerra,
ma ‘a reggina cchiù ricca e chesta ccà!
Quanno ‘o sole addeventa ‘na fornace,
essa spanne ‘int’ ‘e ccase addore e gusto,
cchiù zucosa addeventa e cchiù te piace
quanno n’foca ‘a controra ‘o mese austo.
A Papule che regna? A pummarola!
Aggarba ‘o maccarone e ‘a mulignana,
chesta ruggina ve fa cunzulà:
quanno ‘a spremmite dint’ ‘a cassarola
o pappea p’ ‘o rrau’ dint’ ‘a tiana,
pure ‘a nu morto fa risuscità.

TAVULIATA NAPULITANA (tavolata napolenata)

Tavuliata napulitana

Mo’ ognuno ‘e nuje s’assetta
piglianese ‘a forchetta.
E’ ll’una: accuming’ammo
sinò nun ce spicciammo pe’ gghì sano e luntano magnammo
chianu chiano… cu ll’uoglio e ll’aglietiello,
c’aulive e ‘o chiapparello
è buono ‘o vermiciello si è pronto e sculariello…
tunninele e lupini (cu ‘e vongole: cchiù fine!)
vanno ‘ncopp’ ‘e linguine:
so’ ‘na finezza ohinè!
Te pozzo da’ ‘a parola
ca è bona assaje  ‘a scarola
e si vuò fa’ ‘a penzata:
frittella ‘mbuttunata!
‘nce cape e nun ce cape
‘nce vo’ ‘o vruoccolo ‘e rape
pe’ fa’ ‘a cosa cchiù bella
a cruro ‘int’ ‘tiella
cu l’aglio e ‘o cerasiello zuffriate ‘o friariello
e si  «faje frie e magne»
manco c’ ‘o dolce ‘o cagne
e pe’ fernì ‘o menu
‘na fravagliata è tutto’
non vonno niente cchiù
sultanto ‘n’atu fiasco
se sape ‘e ch’ello asciutto.

PIANGE IL MIO CUORE

“Piange nel mio cuore
come piange la città”
Versi per riflettere
E una donna che reggeva un bambino al seno disse: parlaci dei Figli.
Ed egli disse:
!I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie dell’ardore che la vita ha per se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, poichè hanno i loro propri pensieri, poiché loro hanno i loro pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime, poiché le loro anime dimorano nella casa del domani, che neppure in sogno vi è concesso di visitare.
Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercate di rendere loro simili a voi.
Poiché la vita non va mai indietro nè indugia con l’ieri.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive scoccate sul sentiero dell’infinito, e vi piega e vi flette con la sua forza perché le sue frecce vadano veloci e lontane.
Fate che sia gioioso e lieto questo vostro essere piegati dalla mano dell’Arciere: poiché come ama la freccia che scaglia, così egli ama anche l’arco che è saldo”.

IL PALLONCINO NERO

Un bambino dalla pelle scura guardava con attenzione il venditore di palloncini alla fiera del villaggio.
L’uomo era evidentemente un ottimo venditore, poichè lasciò andare un palloncino rosso che salì alto nel cielo, attirando così una folla di piccoli clienti. Slegò poi un palloncino blu, e subito dopo uno giallo e un altro bianco, che volarono sempre più in alto finchè scomparvero. Il negretto continuava a fissare il palloncino nero nelle mani del venditore e finalmente domandò: “ Signore, se tu slegassi il palloncino nero, volerebbe in alto come gli altri?” Il venditore rivolse al bambino un sorriso affettuoso, poi strappò il filo che teneva legato il palloncino nero e, mentre saliva in alto, gli rispose: “Non è il colore che conta. E’ quello che c’è dentro che lo fa volare alto”.

INUTILE LA TUA VITA?

Sei nato a mezzogiorno di venerdì. Senza grandi clamori, alla svelta, senza farmi soffrire troppo.
Avevi gli occhi chiusi, la lingua penzoloni. Ti guardai e pensai: com’è brutto! Ma non ebbi i coraggio di dirlo e sussurrai com’è piccino! Le cose col tempo, non miglioravano. Tutti sapevano intorno a noi, meno tuo padre e io. Ci mandarono da un medico famoso. Quando tornai a casa, ti misi nella culla e pregai: “Signore, Dio dà, Dio toglie, riprenditelo ora. A che cosa serve la sua vita inutile?”.
Perdonami figlio mio. Ti chiesi perdono allora, subito, e ti chiedo perdono ora. Imparai che eri un figlio come gli altri, solo con problemi diversi. Quando dicesti “mamma” piansi di gioia, anche se avevi tre anni. Quando malfermo sulle gambe, mi corresti incontro spalancai le braccia e fui felice anche se avevi più di quattro anni. E mi insegnasti la pazienza.
Quando in quell’epoca nessuno ti voleva, nè la scuola, nè la società, imparai a essere umile, sorridente, gentile, perchè qualcuno ti facesse una carezza. E mi insegnasti l’umiltà.
Quando la gente cominciò ad accorgersi di te e di quelli come te, cominciai a combattere perchè tu fossi accettato. E mi insegnasti a lottare.
Quando le altre madri sognavano per i loro figli il primo posto nella scuola, nella carriera, nella società, il mi accontentavo dei tuoi piccoli progressi. E mi insegnasti a desiderare per i miei figli la felicità, non la ricchezza e il successo.
Tuo padre e io con la maturità avevamo conosciuto una tenerezza nuova, un’intesa mai raggiunta prima; e tutti e tre passammo l’ultima vacanza felice all’Elba: la più bella di tutta la nostra vita.
Poi la malattia e la morte di tuo padre. Quando tornai disperata dal camposanto, trovai di nuovo te a casa che non sapevi niente, che capivi poco, ma “sentivi”, per quella misteriosa sensibilità che hai, che qualcosa di terribile era successo. E per te ho cominciato a sopravvivere, poi, sia pure in tono minore, a vivere; per te ho cominciato a lavorare, a lottare.
Tu sei la mia compagnia: se ho ancora una carezza, se qualcuno ancora mi abbraccia, se qualcuno ancora si ricorda che il bisogno di tenerezza no ha età lo devo a te.
Se riesco a dare ancora felicità a qualcuno, questo sei tu, a cui basta poco per essere felice.
Inutile la tua vita?

lunedì 6 agosto 2012

'A PUMMAROLA (il pomodoro)

‘A riggina ‘e napule (‘a pummarola)

ce ne stanno riggine ‘ncopp a terra,/ca fanno bene a chesta umanità/ca so carnale e ca nun fanno ‘a guerra,/ma ‘a reggina cchiù ricca e chesta ccà!
Quando ‘sole addeventa ‘na fornace,/essa spanne ‘int’ ‘e ccase addore e gusto,/cchiù mucosa addeventa e cchiù te piace/quanno ‘nfoca ‘a controra ‘o mese austo./a papule che regna?
‘a pummarola!/aggarba ‘o maccarone e ‘a mulignana, chesta reggina ve fa cunzulà:/quanno ‘a spremmite dint’ ‘a tiana/o pappea p’’o rraù dint’ ‘pure a nu morto fa risuscità.
TRADUZIONE:
La regina di Napoli ("il pomodoro") ci sono regine sulla terra,/che fanno bene a questa umanità/sono carnali e che non fanno la guerra,/ma la regina più ricca è questa quà!
quando il sole diventa rovente,/essa spande dentro le case odore e gusto,/ più densa diventa e più ti piace/quando si calda la controra nel mese di agosto,/sobolle che regna?
Il pomodoro!/aggarba il maccherone e la melanzana, questa regina vi fa consolare:/quando la spremete dentro la pentola pure un moro fa resucitare.

LA SPERANZA

Ogni settimana faccio la schedina:
mi levo dalla bocca quella centil ore,
e corro quanto è sabato mattina
al Totocalcio per andare lì a giocare.

Coricato quanto è notte dentro al letto,
faccio castelli in aria a centinaia;
prendo la schedina dal comodino,
la giro,la rigiro, e me la torno a conservare.

Io campo bene tutta la settimana,
soltanto il lunedì sono abbacchiato,
ma al sabato con le cento lire in mano
io torno un’altra volta a giocare.

Non prendo niente, lo so… e che me importa?
Io campo solamente con la speranza.
Con chi me la devo prendere per questa sorte,
questo è il destino mio… che ci devo fare?

E quando ho trovato sto sistema
io sono milionario tutto l’anno.
La gente mi può dire: - ma tu sei scemo?
Ma allora tu non giochi per prendere? –

Se avessi già preso i milioni
a quest’ora sarei già disperato.
Invece io con la testa sulla luna,
tengo sempre la speranza di prendere.

I PEZZENTI

All’angolo di via Chiaia
Si mette un pezzente
di posto tutti i giorni,
e non guadagna niente.

Pulito dignitoso,
non stende mai la mano;
gli occhi abbassati in terra
per una giornate intera.

La gente non lo guarda
e non lo fanno apposta:
per fare quel mestiere
ci vuole la faccia tosta!

Io ne conosco uno:
Peppino «la Fiurella!»
Se la fa a Santa Teresa,
vicino alla Parrucchiella.

Se gli dai una cinque lire
il sangue gli va di traverso,
te la butta davanti ai piedi
e dietro ti manda le maledizioni.

Dà i soldi con gli interessi,
alla sera va in cantina;
tiene pure la «seicento»,
tre camere e cucina.

Invece quello a Chiaia,
misero e vergognoso,
stanotte è morto di fame,
povero dignitoso.